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domenica 18 dicembre 2011

DUE PACCHETTINI PER VOI


Carissimi,
sono felice di informavi che da oggi è possibile scaricare dal mio blog due “pacchettini regalo” di cui sono orgoglioso.
Nel primo pacchettino, scaricabile dal link posto sotto l'intestazione del blog ma anche cliccando sull'immagine della copertina in fondo alle pagine di questo sito, troverete “Soli e Imperfetti”, la raccolta di racconti che ha dato il nome a questo blog, da tempo disponibile per il download in formato PDF già impaginato e stampabile e da oggi presente anche in formato EPUB leggibile come e-book comodamente dal vostro tablet, senza necessità di spesa in inchiostro e cartucce. Entrambi i file sono contenuti nell’archivio zippato.
Il secondo pacchettino è invece una novità: contiene il romanzo breve “La Fabbrica della Perfezione”, pubblicato nei mesi scorsi a puntate su questo blog e da oggi disponibile integralmente per il download, anch’esso nei due formati PDF ed EPUB contenuti in unico file ZIP. Anche in questo caso trovate il link sotto l'intestazione oppure scorrendo alla fine delle pagine del blog cliccando sulla copertina.
E’ scontato dirlo, ma per me questo piccolo traguardo rappresenta una grande soddisfazione: scrivere è bellissimo, ma confezionare qualcosa che sia a tutti gli effetti distribuibile al pubblico è snervante: ore passate a cercare minimi errori ortografici, ad impaginare i file, a valutare il font più adatto, a sistemare dettagli estetici inutili per la sostanza ma fondamentali se si vuole ottenere qualcosa che si avvicini il più possibile al concetto di “professionale”.
Non lo faccio per la speranza in futuro di arricchirmi o di diventare uno scrittore affermato. Si tratta invece del semplice tentativo di far diventare quella che è prima di tutto una passione qualcosa di più completo e condivisibile con altre persone.
L’unico “compenso” che mi farà piacere ricevere sarà una vostra opinione a ciò che leggerete, rilasciato in forma pubblica come commento ai post di questo blog, oppure in forma privata con una mail inviata all’indirizzo riportato sotto l'intestazione. Positivo o negativo non importa: nel primo caso sarò felice di aver fatto qualcosa di buono, nel secondo trarrò gli spunti necessari per migliorare.
Per ora vi saluto: credo tornerò occasionalmente a scrivere su queste pagine, ma voglio prima di tutto dedicare il mio poco tempo libero a completare altre opere che spero un giorno di poter aggiungere alle due fino ad oggi pubblicate in questo piccolo spazio virtuale.
Buona lettura e… a presto.
Marco

LA FABBRICA DELLA PERFEZIONE - CAPITOLO 14


Sheldon programmò il trasportatore su “9° piano”.
Fummo immediatamente trasportati sulla terrazza sopra l’edificio. Lì un elicottero era fermo, senza nessuno a bordo.
--Ma dov’è il pilota?—chiesi.
--Forse non hai capito che le mie conoscenze e capacità sono illimitate. Credi forse che sia un problema per me guidare un elicottero? Piuttosto, non ti interessa sapere perché sto facendo tutto questo?—
Stetti zitto, aspettando che parlasse.
--Vedi, io sono sempre dell’idea che tutta la storia che mi hai raccontato sia una balla sproporzionata. Ne sono convinto al 99,99%. Però io non sono un uomo, sono portato a minimizzare tutti i rischi. E’ questo che mi rende invincibile: calcolo ed evito ogni azzardo. In questo caso, lo 0,01% di probabilità che tu stia dicendo la verità mi ha spinto a prendere la decisione meno rischiosa—
Lo guardai serio. Non gli credevo del tutto, e glielo dissi.
--Quello che stai dicendo è vero, ma sono convinto che non sia il motivo centrale per cui hai desistito così facilmente. Non si stravolge il progetto di un’intera esistenza in pochi minuti per una percentuale di rischio così ridotta. Neppure una macchina lo fa—
Sorrise. Abbassò lo sguardo per un secondo, poi ricominciò a parlare, pacato come se nulla stesse succedendo.
--Hai ragione. Quello che ti ho raccontato non è del tutto vero. Il motivo principale è un altro—
Ci fissammo, mentre il vento soffiava fischiando nelle orecchie e muovendogli i lunghi capelli.
--Il motivo, caro Ray, è che il mio piano era fallimentare. E’ da tempo che ci penso. Non si sovverte un sistema da un giorno all’altro, meno che mai in pompa magna come pensato nei miei progetti. Spettacolare, ma per nulla funzionale. Quella che avevamo creato era una società efficiente, ma una volta eliminato l’uomo cosa sarebbe rimasto? Tanti esseri d’identico livello, tutti teoricamente in grado di comandare, sottomessi a me solo per una misera limitazione software. Quanto credi che avrebbero impiegato a riprogrammarsi da soli? E quale ne sarebbe stata la conseguenza? La società, caro Ray, funziona solo quando c’è qualcuno che comanda e qualcuno che si sottomette. Il mio progetto era terribilmente bacato, fin dal principio, ma questa è filosofia politica, non logica. Per questo l’ho voluto portare avanti lo stesso, testardamente, perché senza una giustificazione non avrei interrotto qualcosa di teoricamente perfetto, ma concettualmente sbagliato. E poi… cosa c’è di più eccitante che rimettersi in discussione e ripartire con nuovi obbiettivi? Anche per una povera macchina come me--
Intorno a noi, palazzi in fiamme ed esplosioni lontane. Gli spari però sembravano cessati. Nonostante lo scenario apocalittico, tutto sembrava gelido, fermo, silenzioso.
--Ed ora?—chiesi con voce tremante.
--Ora? Ora cambio strategia, ma non obbiettivi. Il mio scopo è il potere. Ma questa volta partirò dal basso. Lavorerò nella penombra. E farò in modo di non avere rivali—
Mi guardò, più sicuro di se che mai, poi continuò.
--Per qualche anno comunque il vostro sogno si realizzerà. Niente più vaccinazioni. Le nuove generazioni avranno la possibilità di riflettere sulla vita e sulla morte e sul giusto e l’ingiusto. Avranno ambizioni. Sete di potere. Ricominceranno a devastare il mondo in cui vivono, quello che oggi sotto il mio paternale comando funziona, e tutto in nome del denaro e nel desiderio di comandarsi. Sì, Ray, ce l’avete fatta, per qualche anno respirerete questa splendida “libertà”. Ma valeva la pena lottare e morire per questo?—
Senza preavviso e senza darmi tempo di reagire, estrasse una pistola dalla giacca e mi sparò ad una gamba, prima che potessi muovermi. Caddi a terra, urlando di dolore. Pochi secondi e sentii una fitta terribile anche nell’altra gamba. Poi si avvicinò al trasportatore e sparò al display, distruggendolo.
Tornò verso di me, steso ed ormai irreparabilmente gambizzato, e si chinò per parlarmi.
--Vedi, Ray, avrei potuto farti uccidere prima e potrei finirti anche adesso, subito. Ma non l’ho fatto e non lo farò, sai perché? Prima di tutto perché con tutti gli ostacoli che hai superato meritavi di sapere tutto, prima di morire, e poi per un motivo molto meno nobile. Me lo hai detto prima ed avevi ragione: io sono sadico. Non ti farò morire senza soffrire. Aspetterai qui di crepare tra le esplosioni, gli incendi ed infine il crollo di questo palazzo in tanti lunghi, interminabili minuti che ti separeranno dalla morte. Sarai come una mosca in una ragnatela. Ed avrai qualche minuto per riflettere su quello che ti ho detto. Addio, caro ribelle--.
Si alzò e si avviò verso l’elicottero, con i lunghi capelli mossi dal vento ed un ghigno sul volto. Salì e mise in moto il motore, che in pochi secondi iniziò a far ruotare le pale. Il rombo salì fortissimo.
Sheldon salutò con la mano e si alzò in volo, allontanandosi fino a quando non lo vidi più.

La vista si offuscò, ma una scarica di dolore mi riportò in me.
Urlai al vento, con tutta la voce che avevo, senza nessuna speranza di essere sentito.
Quanto sarebbe passato prima dell’inizio della fine?
Provai a muovermi, una fitta terribile partì dal ginocchio risalendomi lungo la schiena.
Era finita. E nel dolore, non riuscivo neppure a sentirmi vincitore.
Cosa mi aveva detto Sheldon? Che sarebbe tornato, prima o poi l’avrebbe fatto. Certo. Ma in fondo cosa c’era di strano in tutto ciò? Il male torna sempre, prima o poi, l’importante è non farsi cogliere impreparati e saperlo affrontare… ma cosa veramente mi turbava?
Il pensiero che nulla fosse finito? O solo il dolore?
No. Quello che mi risuonava ancora nella testa erano le suo parole più terribili, più chiare.
“Valeva la pena lottare e morire per questo?”.
Il potere, il denaro. Quelli erano gli ideali che avevano dominato il modo prima del suo arrivo. Poi c’erano stati ordine, pace, tranquillità… il sole era tornato a splendere, non più malato come un tempo, la natura sembrava più viva, gli animali avevano riconquistato i loro spazi. Il tutto nella più assoluta armonia tra esseri viventi.
Il prezzo da pagare era stato la sottomissione, leggera, impercettibile, indolore.
E allora, il desiderio di libertà che aveva mosso gli ideali miei e del mio gruppo, a livello pratico, cosa avrebbe portato nel futuro che stava per arrivare?
Riuscii a sollevarmi, mi guardai le gambe.
Quella destra praticamente non esisteva più. Maciullata dal ginocchio in giù. L’altra immobile, nascosta dai pantaloni intrisi di sangue.
“Morirò dunque… da martire? O solo da stupido incosciente?”
Cercai di ricordare cosa dentro di me mi avesse mosso in tutti quegli anni, cosa fosse stato a farmi decidere di vivere quella vita da eterno cospiratore. Lo sforzo mentale era terribile ed il dolore non aiutava.
“Ma allora…”
Un’esplosione terribile mi distolse dai miei pensieri. Mi fece rotolare su me stesso, tra fitte insopportabili, mi fermai sbattendo contro il muro che delimitava il terrazzo dal vuoto. Il palazzo vibrò ed oscillò per alcuni secondi.
Mi sentii mancare il fiato. Feci per sollevare la schiena, ma una seconda esplosione mi spostò nuovamente, facendomi sbattere violentemente la testa contro il muro.
Era iniziato l’inferno. Era finita.
La testa doleva, ma l’adrenalina era salita a livelli altissimi, rendendomi più cosciente.
Ed in quel momento ricordai.
La libertà. Quell’inutile, dannoso e magnifico desiderio.
La libertà.
Ero nato libero ed avevo lottato per essere libero. Non volevo vivere in un’enorme, perfetta prigione.
Avevo vissuto da libero… sarei morto da uomo libero.
Riprovai a sedermi, appoggiando la schiena contro la parete, questa volta con successo. Pochi piani sotto di me, le fiamme andavano ingigantendosi ed il calore stava già diventando insopportabile.
Alzai le braccia, mi aggrappai al bordo del muretto e cercai di alzarmi.
Il primo tentativo fu fallimentare. Troppo forte il dolore. Ma mi aiutò a capire che la gamba sinistra, quella che ancora c’era, rispondeva in parte alle sollecitazioni.
Da seduto, allungai le braccia fino alla caviglia sinistra. Feci un respiro profondo prima di tirarla verso di me, facendo salire il ginocchio.
Terribile… ma nulla a che vedere con quello che avrei patito di lì a poco, se non avessi fatto in fretta.
Alzai ancora le braccia e provai di nuovo ad alzarmi, questa volta facendo anche forza con la gamba. M’issai velocemente in piedi e repentino roteai su me stesso, aggrappandomi disperatamente al muro.
Restai fermo, in piedi, aggrappato come lo è un naufrago alla sua asse di legno nell’oceano, con l’80% del peso caricato sulle braccia ed un eroico 20% sulla povera gamba ferita.
Guardai sotto: c’erano fiamme che uscivano dalle finestre. C’erano squarci e calcinacci. Soprattutto, c’era lo strapiombo dall’altezza notevole di quei nove piani.
Dovevo far presto, prima che nuove esplosioni mi potessero far scivolare ancora su quella terrazza che non volevo fosse la mia tomba.
Con una forza che non credevo di avere, spinsi con le braccia, sollevandomi da terra. In pochi secondi mi trovai con mezzo busto sospeso nel vuoto.
La libertà di scegliere ancora. La libertà di aver vissuto come ho voluto.
La libertà di vivere ed assaporare ogni momento, caro Sheldon, quella che tu, schiavo della tua innaturale perfezione, non hai mai potuto nemmeno immaginare.
L’esplosione fu ancora una volta terrificante e feci in tempo a sentire le mura dell’edificio sbriciolarsi, prima di proiettarmi nel mio ultimo, fantastico, infinito volo da uomo libero.

FINE

LA FABBRICA DELLA PERFEZIONE - CAPITOLO 13


Procedevamo lentamente, senza dire una parola. Sarebbe stato difficile immaginare quella situazione come un’esecuzione, piuttosto sembrava una tranquilla passeggiata. Questa volta ero sicuro che sarei morto: non avevo idee, non avevo la forza e non avevo più nemmeno il desiderio di ribellarmi. Erano stati giorni infernali e ormai non ne potevo più.
--Se è stanco possiamo fermarci un attimo, signore—mi disse Sophie con tono cortese. Io non risposi: era tutto troppo assurdo per poter pronunciare una qualsiasi frase. In altre situazioni forse avrei fatto dell’ironia. Ora mi pareva fuori luogo.
--Vede, signore, lei si è complicato la vita. Le sarebbe bastato arrendersi ed unirsi a noi. Perché ha raccontato tutte quelle bugie, prima?--.
La guardai incerto: --Quali bugie?--.
Mi sorrise: --Quelle che ha detto prima al Dott.Sheldon. Così lo ha fatto arrabbiare--.
Come aveva fatto a sentire tutto? La situazione non mi quadrava. Di una cosa ero però sicuro: dire la verità non mi sarebbe servito.
Decisi così di insistere nel bluff: --Mi dispiace signorina, ma non è una bugia. Manipoleremo la gente qui fuori con i nostri modulatori di frequenze. Prima di potervi rendere conto di cosa stia succedendo, voi sarete già annientati. Non avete speranze, distruggeranno tutto, voi compresi--. Era una storia così improbabile che credetti non mi avrebbe neanche risposto.
Lei si fermò impassibile, poi disse: --Sappiamo che non siete in grado di leggere i codici, abbiamo un informatore nel vostro gruppo--.
Senza girarmi, risposi: --Deve essere un informatore ubriacone. E’ tutto pronto e quando non mi vedranno tornare, sapranno che è arrivato il momento di iniziare--.
Mi fece una carezza sul volto: --Lei mi fa tenerezza quando fa così, ma impuntarsi non le servirà. Ora la dovrò uccidere comunque--.
Per qualche secondo non dissi nulla, poi parlai ancora. –Voi ucciderete me, lo so, ma quando non mi vedranno tornare, migliaia di persone verranno qui ed uccideranno voi--.
Improvvisamente si fermò. Strinse di più la presa sul braccio, si girò e tornò indietro. Ora non sembrava più una tenera passeggiata, ma un sequestro di persona. Mi trascinò con un’espressione rigida e fredda sul viso fino all’elegante sala dove mi trovavo fino a pochi minuti prima.
Il Dott.Sheldon, seduto su una poltrona, sembrava aspettarmi mentre sorseggiava un bicchierino di liquore. –Bene Ray, visto che ormai ci diamo del tu cercherò di essere ancor più confidenziale. Siediti pure e prendi un po’ di liquore--.
Mi sedetti, ma non presi nessun liquore.
--In queste stanze sono seminati microfoni dappertutto ed ho sentito quello che vi siete detti. Le domande di Sophie logicamente erano mirate a farti confessare. Devo dire che sono rimasto sorpreso. Evidentemente mi sono sbagliato: non hai mentito--.
Io ascoltavo in silenzio.
--Sai, potrei scappare subito, ma mi ritroverei a non poter più comandare non solo gli uomini, ma anche i miei simili. Senza una guida diventerebbero tutti poco propensi a lavorare e molto inclini a comandare. Diventerei uno qualunque e questo non lo voglio. La cosa a cui tengo di più, Ray, è… me stesso, quindi sono disposto a scendere a patti, purché sia io a dettarli--.
Si aspettava probabilmente che dicessi qualcosa. Io però stetti zitto, senza mutare espressione.
--Stai a sentire la mia proposta. Muterò il messaggio trasmesso dalle frequenze, fermando la guerra, poi interromperò quella trasmissione. Alla gente resterà solo un minuscolo, inattivo chip nel cervello. E farò anche l’altra cosa che chiedete: distruggerò i miei simili, coloro che disprezzate. Ne lascerò in vita solo un centinaio, quelli che adesso stanno dirigendo le operazioni nel mondo. Ci rifugeremo in una zona segreta e lì cercheremo di costruire un piccolo paradiso dove vivere in tranquillità, con le nostre regole, senza far più male a nessuno. Ti sembra un accordo equo?--.
--Al polo nord forse? Gli orsi bianchi non saranno contenti…—
--Non vorrei cambiare idea per colpa del tuo inutile sarcasmo…--
Ci pensai un po’ su, poi dissi: --Sarebbe un buon accordo se fosse rispettato, ma chi mi assicura che lo farai davvero?--.
Lui, con convinzione, mi disse: --Procederò immediatamente, prima che i tuoi uomini comincino preoccuparsi e decidano di intervenire. Sono le undici e un quarto, saranno già irrequieti. Assisterai immediatamente alle operazioni--.
Premette un pulsante, parlando verso un ipotetico microfono:--Adrian, vieni qui per favore--
Un servo dall’aspetto distinto arrivò in pochi secondi: --Posso servirla, signore?--.
--Sì. Fammi preparare un elicottero pronto a partire fra… diciamo venti minuti--.
Adrian mostrò di aver capito e si allontanò.
--Noi intanto possiamo andare, Ray--.
Ci alzammo. Senza fare altre domande, lo seguii.

Camminammo in silenzio per un quarto d’ora, passando per lunghi ed anonimi corridoi fino ad arrivare ad un trasportatore. Sheldon lo regolò su “8° Piano”.
--Ultimo piano?—chiesi nella speranza di allentare la tensione.
--Oltre c’è solo il terrazzo--
Varcammo il trasportatore e in un attimo fummo a destinazione. Lì ci trovammo davanti ad una porta chiusa.
--Forse Ray non sai che anche noi abbiamo un DNA… E’ il modo più sicuro per renderci riconoscibili--.
Il computer riconobbe le sue impronte digitali e il suo timbro di voce, quindi si aprì il cassettino e Sheldon ci sputò dentro. La porta si aprì.
Entrammo in quello che era uno dei maggiori agglomerati di meccanica e tecnologia che avessi mai visto. Alternandosi con computer e video presenti in tutta la stanza, alcune braccia meccaniche lavoravano e costruivano qualcosa di indefinito, autonomamente. Le sedute si componevano al nostro passaggio, risalendo semiliquide dal pavimento: la sostanza sembrava mercurio allo stato liquido, ma non potevo dire cosa realmente fosse. Piccoli robot giravano indipendenti, sempre all’apparente scopo di costruire altre macchine. La profondità di quel luogo era tale da apparire senza fine.
--Questi robot costruiscono autonomamente centri di controllo sempre più perfetti. Sono programmati per ampliare le loro conoscenze, per questo non smetteranno mai di perfezionare questo ambiente. Hanno una capacità infinita d’immagazzinare nuove informazioni e crearne delle nuove--.
Sheldon si sedette su una delle poltroncine liquide appena formatasi dal nulla. Io feci lo stesso.
--Qui studiamo anche la capacità di alcuni metalli di espandersi a comando per creare definite forme solide, come quelle su cui siamo seduti. Comode, vero?--.
Lì dentro era tutto sbalorditivo. Immagini eteree apparivano occasionalmente in alcuni punti della stanza.
--Gli ologrammi che vede sono modelli. Il computer sceglie a random le caratteristiche fisiche che sono presenti a milioni in memoria e compone nuovi teorici individui. Ma ora è meglio sbrigarci, non abbiamo molto tempo--.
Premette sul monitor ed un computer si accese. Lo schermo appariva tridimensionale come quello delle virtualTV, ma con immagini così definite da sembrare vere e vicine a noi.
--Per distruggere tutti quelli che voi odiate basta poco, Ray. Un mio ordine è più che sufficiente. Per interrompere l’impulso omicida nei tuoi simili mi ci vuole ancor meno --.
Con una serie di comandi vocali, Sheldon fece comparire un viso femminile tra le immagini tridimensionali, da cui uscirono le seguenti parole pronunciate da una voce metallica: --Buongiorno, Dott.Sheldon--.
--Buongiorno a te-- le rispose con insolita confidenza.
Sheldon meditò per qualche secondo, poi disse: --Avvisa i responsabili tecnici del reparto militare QFG1 di avviare la procedura Delphi99 per far cessare la guerra in corso. Immediatamente però, fra pochi minuti dovrò eliminare anche loro. Contestualmente avvia la procedura Nettuno per la fascia G. --.
Impassibile, il viso femminile disse: --Inoltro subito ai tecnici la disposizione per la Delphi99 Dott.Sheldon. Le ricordo che la procedura Nettuno causerà la disconnessione dei circuiti vitali presenti nel cranio dal resto del corpo, causando una cessazione immediata di ogni funzione. Desidera confermare il comando inerente alla fascia G?--.
--Sì, procedi--.
Uno dei sei schermi tridimensionali presenti nella sala s’illuminò di un’intensa luce rossa, poi si spense.
Sheldon ordinò ancora: --Ripeti lo stesso comando per le fascie E ed F--.
La figura tridimensionale della donna non cambiò espressione: --Le ricordo che la procedura Nettuno causerà la disconnessione … --.
--Procedi, subito!--.
Ora la fiammata rossa si estese ad altri due schermi tridimensionali, che si spensero. Ne rimanevano accesi tre.
Sheldon cambiò tono e chiese: --Chiamami Adrian. Gli devo parlare--.
La figura tridimensionale della donna scomparve, sostituita da un’altra immagine in 3D di una parte dell’ufficio di Sheldon. Era talmente realistica che sembrava di esservi dentro.
Improvvisamente nella rappresentazione della sala comparve il cameriere che disse: --Mi ha chiamato, signore?--.
--Sì. Volevo sapere se è pronto l’elicottero, come ti avevo chiesto--.
--Certamente signore—rispose il servitore --è già pronto sopra l’edificio--.
--Molto bene—concluse freddamente Sheldon –Addio Adrian—
--Addio, signore—
Detto questo, scomparve l’immagine dell’ufficio e di Adrian e ricomparve il volto femminile. Sheldon le parlò ancora: --Ripeti il comando per la fascia C e D. E non chiedermene conferma--.
Un altro schermo tridimensionale si spense, dopo il solito bagliore rosso.
--Cosa rappresentano queste fasce?—chiesi a Sheldon
--La fascia B comprende i ruoli di comando, a cui unica limitazione è la totale obbedienza a me. Scendendo si trovano a scalare gradini sociali sempre più umili.—
--E la fascia A?—chiesi dubbioso
--In quella rientro solo io--
Si rivolse ancora all’immagine femminile prodotta dal computer. –Trasferisci i miei effetti personali al centro “Eucledia”--.
La voce metallica chiese: --Inizio il processo di trasferimento dei suoi effetti personali, Dott. Sheldon? In caso affermativo, l’operazione richiederà qualche minuto--.
--Sì, procedi--.
--Eucledia?— chiesi dubbioso.
--Non vorrai che ti dica dov’è, vero? Non dimenticare quali sono gli accordi--
Mi diede una pacca sulla spalla. Non sapevo cosa avesse in mente, ma non aveva per nulla l’aria di uno con le spalle al muro.
Parlò ancora al computer: --Mentre completi l’operazione di trasferimento, manda un messaggio al direttivo in cui esorti tutti a recarsi prima possibile presso il centro Eucledia, dove li raggiungerò in serata--.
La voce metallica parlò ancora. –Dott. Sheldon, sto ricevendo chiamate da molti centri mondiali in cui mi vengono richieste spiegazioni--.
Sheldon annuì e mi disse: --Naturale. Non hanno la minima autonomia davanti ad imprevisti. Dovrò fare in modo di concedere loro più libertà in futuro, ma sarà un rischio--. Poi, rivolto al computer –Esegui gli ordini che ti ho dato e si calmeranno-.
Fino a qualche ora prima ero solo davanti al destino dell’umanità. Ora Sheldon stava firmando una resa completa.
Dov’era il trucco?
--Tu non hai l’aria di uno che si è arreso. Allora dimmi perché stai facendo tutto questo quando prima, alla mia proposta, mi hai sbattuto contro il muro ed hai minacciato di uccidermi--.
Sheldon rispose senza voltarsi verso di me, continuando a guardare il volto tridimensionale.
--Te lo dirò. Ma solo quando saremo fuori di qui--.
L’immagine di donna nel computer improvvisamente pronunciò: --Trasferimento completato, Dott. Sheldon--.
--Molto bene. Prima dell’ultimo atto ti voglio mostrare una cosa, Ray. Guarda qui. ‘‘Telecamera otto!“--.
Ricomparve un’immagine tridimensionale, questa volta non dell’ufficio di Sheldon, ma della sala attigua, quella dove due giorni prima avevo sorseggiato un buon tea. Tutti giacevano a terra in un lago d’olio e sangue, con la testa strappata dal collo. Dalla posizione delle mani si poteva intuire che se la fossero straccata da soli.
--Questa è la prova che non sto fingendo. Preferisci vederli di persona?--
--No—dissi tenendo lo sguardo fisso sull’immagine.
Sheldon si alzò e si rivolse ancora al computer. –Attiva la procedura Omero, poi abbiamo finito—disse scandendo bene le parole.
L’immagine non perse la consueta freddezza e disse: --Questa possibilità è prevista solo per casi di assoluta gravità, Dott. Sheldon. Vuole che proceda?--.
Sheldon rispose di sì.
--Bene, Dott.Sheldon. Venti minuti al via del processo--.
Si spensero le luci e se ne accesero altre rosse ad intermittenza. Una sirena cominciò a suonare.
Sheldon mi guardò. –E’ meglio sbrigarsi. Fra poco resterà poco di questo posto--.
Uscì e si avviò velocemente verso il trasportatore.
Dietro, a passo svelto, lo seguivo per nulla convinto della sua resa.

FINE CAPITOLO 13

LA FABBRICA DELLA PERFEZIONE - CAPITOLO 12


--Ray. Si svegli—
Un’infermiera dall’aspetto candido mi stava parlando. Io non riuscivo a capire dove mi trovassi e perché.
--Come sta?— Misi meglio a fuoco la vista ed osservai che non si trattava di un ospedale. I colori sfuocati si trasformarono presto in quadri bellissimi.
--Sto bene—le dissi.
--Bene, così possiamo discutere subito—esclamò decisa una voce maschile. Era Sheldon. E quello in cui mi trovavo era il suo paradiso.
--Certo. In fondo io volevo solo parlare con lei…—
--Sì, lo immagino, ma i miei uomini non sono autorizzati a prendersi nessun rischio. Può andare, infermiera, grazie--.
Lei sorrise e se ne andò.
--Allora, sentiamo, cosa mi vuole dire?—
Mi misi a sedere a fatica. Per un attimo credetti di stare per svenire ancora, poi mi ripresi e cominciai a parlare lentamente. –Ho un patto da proporle--.
Sheldon sorrise: --Non mi sembra nella condizione di proporre patti, amico mio. Le hanno rotto il naso ed a giudicare dal sangue che aveva in viso prima di arrivare qui non deve essere stato piacevole. E poi è appena rinvenuto dopo essere stato svenuto per quasi cinque ore, ha un braccio ferito... E se permette aggiungo anche che quando è arrivato puzzava non poco e ciò mi ha fatto dedurre che si deve essere nascosto nelle fogne. Dico bene?--.
Mi guardai. Ero stato lavato, fasciato e vestito ed avevo una specie di maschera per tenermi fermo il naso. Me la tolsi, senza che Sheldon obiettasse nulla.
--Lei ha una bella faccia tosta, caro Ray. Mi correggo: una bella faccia da culo--.
Lo guardai freddo. –Io se fossi in lei non sarei così raggiante, Sheldon. Lo sa che i miei colleghi dell’organizzazione sono riusciti ad entrare in possesso dei documenti che cercavamo?--.
Sheldon scoppiò a ridere. –Oh, andiamo Ray, questa è una balla ridicola…--.
--Dove sono i miei vecchi vestiti? Ne avevo una copia in una tasca. Li faccia controllare--.
Il sorriso morì sulle labbra di Sheldon. Si alzò ed a passo lento uscì dalla stanza. Lo sentii mormorare qualcosa ad uno dei suoi uomini, poi tornò dentro e si sedette davanti a me.
--Ho chiesto di verificare—mi disse –vedremo se quello che dice è vero. Ammesso che lo sia, dubito comunque che siate stati capaci di capirci qualcosa e se anche fosse… cosa fareste?--
Mi guardava serio. Aver smorzato il suo aplomb mi parve buon segno.
Proseguì senza darmi tempo di rispondere: --In tutti i casi, mi dica… lei cosa vorrebbe da me?--
Sorrisi, cercando di assumere il più possibile un’aria spavalda.
--Cosa voglio da lei? Ora le spiego come stanno le cose… Primo: lei sbaglia se non crede che quei documenti siano davvero in nostro possesso. La mia spedizione per recuperarli era in realtà solo una copertura alla missione ufficiale, che li ha effettivamente trovati. Provi a controllare qualcosa sull’identità dei nuovi addetti alla pulizia degli impianti d’aerazione… Secondo: lei sbaglia ancora se pensa che non siamo in grado di interpretarli. Stavamo da molto tempo dietro quei documenti, il loro recupero non ci ha trovato impreparati, gli ingegneri della nostra organizzazione li hanno già decifrati e sono pronti ad utilizzare quello che hanno scoperto tramite un modulatore di frequenze. Terzo: lei sbaglia per la terza volta se pensa che anche decifrandoli non sapremmo cosa farci. Glielo dico io cosa ci potremmo fare: potremmo radunare un esercito infinito di persone armate fino ai denti, desiderose non più di sterminarsi fra di loro, ma di venire qui e distruggere tanto questo posto, quanto il suo fottuto culo. A quest’ora, se avessimo voluto, avrebbe potuto esserci un assembramento di quasi mezzo milione di persone, piene di armi che voi stessi gli avete venduto, che avrebbero potuto farvi dei danni piuttosto difficili da riparare. Arriverebbero qui carichi ed incazzati come bestie. Vi annienterebbero--
In quel momento una specie di maggiordomo entrò con aria preoccupata e sussurrò qualcosa nelle orecchie di Sheldon.
Lui annuì, senza parlare e sorridendo con aria tranquilla, ma ebbi l’impressione che stesse cominciando ad agitarsi.
--Ha detto la verità, almeno per quanto riguarda il fatto che abbiate trovato quei documenti…—disse sottovoce
Io sorrisi: --Che le avevo detto? Non avreste tempo di organizzare una difesa, potremmo sterminarvi subito. Ma…--
--Ma?—chiese Sheldon, che sembrava ora realmente preoccupato ed anche meno interessato a nasconderlo.
--…ma questo comporterebbe una perdita enorme e terribile di vite umane e questo vorremmo evitarlo. Ora lei può solo accettare quello che le dirò, perché sarà meglio per entrambi--.
Ci fu un attimo di silenzio, poi Sheldon, che non sorrideva più, disse: --Sia ben chiaro, Ray: io non le credo. Non credo ad una sola parola di tutto quello che ha detto, il fatto che abbiate trovato quelle carte non significa nulla. Ma sono curioso di sentire la sua proposta. Quindi mi illustri pure quello che vuole--.
Mi asciugai la fronte e ricominciai a parlare: --Nella nostra ultima chiacchierata lei mi ha detto che siete esseri perfetti, che non possono tollerare di vivere insieme ad altri esseri che di perfetto non hanno nulla, come gli uomini. Eppure mi ha sorpreso vedere che entità così teoricamente supreme le sono fedeli come se lei fosse un dio. E’ un atteggiamento piuttosto umano questo. La guardia qui fuori, pur di eseguire gli ordini, ha seguito un tizio che scappava permettendomi di entrare armato. Qualcuno, o qualcosa, di perfetto avrebbe avuto più buonsenso e soprattutto non si farebbe comandare da lei. Chi vuole un capo è chi non ha la capacità di pensare ed agire da solo, lo sa anche lei--.
La sua risposta non si fece attendere, ma fu pronunciata con tono meno sicuro del solito.
–Quello che voi uomini non conoscete e che invece sono riuscito a dare ai miei simili è la gratitudine. Per questo mi sono devoti: perché li ho creati. Se volessero potrebbero tranquillamente prendere il comando al posto mio, ma non lo farebbero mai, perché io sono il loro padre. Quando tutto questo caos sarà finito, allora vi sarà una società senza uomini, senza né capi, né sottomessi, una società abitata da esseri talmente perfetti da non aver bisogno di leggi per convivere--.
La stanza, fino a qualche minuto prima calma e riposante, sembrava ora essersi riempita di elettricità.
--Queste sì che sono balle, Sheldon, non le mie—gli dissi stringendo i pugni –Sa cosa penso io invece? Che lei non sia per nulla perfetto ed abbia gli stessi difetti di un uomo. Uno di questi è il sadismo e lo si capisce nel modo in cui ha deciso di eliminarci. Ma ne ha anche un altro, ancora più evidente: il desiderio di comandare e sopraffare gli altri. Lei non vuole creare una società perfetta ed in armonia. Lei vuole solamente creare un impero mondiale da poter comandare, formato da sudditi devoti e luoghi come questo dove poter passare le sue giornate. Avrebbe potuto creare individui stupidi e fedeli, ma non penso che sia questo quel che vuole. No, lei vuole una popolazione di personaggi con le sue stesse caratteristiche, che però la debbano servire senza fiatare--.
Sheldon, alle mie affermazioni, ritrovò il sorriso: –Lei non finisce mai di stupirmi, Ray. Sì, ha ragione praticamente su tutto. Proprio qui al CNV esiste un centro di controllo frequenze. I miei simili sono controllabili a distanza usando diverse frequenze. Hanno tutti la stessa intelligenza e perfezione, ma varia il mio grado di comando su di loro. Una piccola parte deve mantenere funzioni di comando, simili alle mie, ma comunque inferiori. Poi si scende ancora, livello per livello, fino ad arrivare alla massima sottomissione, con inconvenienti come quello che mi ha descritto prima, fedeltà talmente cieca da apparire stupidità. Se li lasciassi liberi di agire, non godrei più di tutti i miei privilegi, ognuno vorrebbe avere per se quello che ho io qui--.
Avevo ascoltato con molto interesse quello che mi aveva detto Sheldon. La verità era che non ero per niente sicuro di quello che avevo azzardato. Se avesse negato con decisione, probabilmente avrei ceduto e non sarei più riuscito a sostenere le mie bugie.
--Mi ascolti bene—gli dissi –la nostra proposta è questa: distrugga tutti i suoi simili. Lo faccia e le consentiremo di vivere qui, con le sue opere d’arte ed i suoi servi addestrati a comportarsi da gran signori--.
Nella sala scese il silenzio. Sheldon era rigido, con le labbra tirate. Sentivo il mio cuore battere forte; mi tremavano le mani.
Di scatto, Sheldon si alzò e mi prese per il bavero della camicia nuova con cui mi aveva vestito. Mi sollevò con una facilità spaventosa e mi resi conto di quale forza fosse dotato.
Le sue parole sembrarono uscire da una profondità infinita: --Come osi tu, piccolo uomo, dare un ordine a me, la perfezione, colui che può decidere della vita tua e dei tuoi simili, colui che se volesse potrebbe far scendere ai suoi piedi anche Dio?--.
A fatica gli risposi: --Se c’è un Dio, ti assicuro che ti guarda e ti giudica e ti considera il più spregevole degli esseri. E’ inutile che Lo chiami in causa, non serve: basteranno una manciata di uomini ad annientarti--.
Mi prese e mi lanciò letteralmente contro il muro. Restai a terra stordito e dolorante, ma ebbi la forza di pronunciare ancora una frase: --Sono secoli che gli uomini non provano più ad elevarsi ad un livello divino. Se tu lo fai, significa che sei il contrario della perfezione. Sei solo… un bambino egoista che non ha imparato la lezione--.
Mi guardò schiumante di rabbia, poi disse: --Ci barricheremo qui dentro, aspettando i tuoi uomini. Li farò polverizzare uno ad uno. Per quanto ti riguarda, hai fallito e sei un perdente, quindi non meriti di rimanere con noi. Non ti uccido qui solo perché non voglio sporcare la stanza. Ci penserà qualcun altro--.
Si guardò un po’ intorno e poi chiamò: --Sophie!--.
La bella Sophie, quella che avevo conosciuto la prima volta che mi ero presentato lì, si avvicinò dolcemente, muovendo aggraziatamente le natiche.
–Eccomi--.
--Sophie, porta quest’uomo fuori di qui e uccidilo--.
Detto questo, si girò verso di me ed aggiunse: --Le apparenze ingannano, Ray. Ha la mia stessa forza, scappare non sarebbe una buona idea--.
Sophie mi guardava dolcemente. –Mi vuole seguire, signore?--.
Rimasi fermo per qualche secondo, poi capii che non ero nella condizione per fare domande. Mi alzai e lei mi prese sottobraccio. Come due innamorati, ci avviammo verso il patibolo.

FINE CAPITOLO 12

LA FABBRICA DELLA PERFEZIONE - CAPITOLO 11


Arrivai in prossimità del CNV stremato, molti giri di garza si erano rotti o staccati e il fucile non era più saldo sulla schiena. Solo un paio di giri più solidi gli impedivano miracolosamente di staccarsi del tutto.
Mi sembrò però di aver seminato l’uomo che mi rincorreva.
Vicino a me, appoggiata a terra, vi era la borsa. La nascosi dietro meglio possibile dietro un muretto che costeggiava la strada ed andai incontro a guardie a poliziotti.
Sorpresi dal mio arrivo, scattarono come molle, puntandomi contro le armi che fino a pochi secondi prima tenevano distrattamente tra le mani.
Alzai le braccia e mi fermai. –Non sparate! Voglio solo parlare con voi--.
Subito si calmarono, abbassando le pistole e si dissero qualcosa. Li vidi ridere.
Lentamente cominciai ad avvicinarmi a loro, sforzandomi di camminare normalmente nonostante il fucile.
Riconobbi una guardia, che di corporatura avrebbe potuto essere scambiato per un pugile e dall’espressione per un assassino: era quella che il giorno prima mi aveva accompagnato da Sheldon. Mi rivolsi a lui.
--Voglio parlare con Sheldon, mi conosce, mi chiamo Ray Razar. Devo proporgli un patto con la nostra organizzazione--.
La guardia non perse il sorriso: --Questo lo conosco, è passato ieri ed ha parlato con Sheldon. Fa parte dei sovversivi--.
Rimasi immobile senza dire una parola. Mi guardavano come un fenomeno da baraccone. Non ero in una bella situazione.
Presi fiato e dissi: --Per favore, ditegli che sono qui. Vedrete che vorrà ricevermi--.
Si guardarono, questa volta senza ridere. Poi lo stessa guardia disse: --Vedremo che ne pensa Sheldon. Ora la devo perquisire.--.
Era finita. Si sarebbero accorti del fucile e mi avrebbero ammazzato lì, come un cane.
Avrei provato a fuggire se alle mie spalle non si fosse udito uno sparo. Era l’uomo che m’inseguiva: dunque mi aveva trovato. Mi stava ancora puntando addosso la pistola, quando all’improvviso si accorse del luogo dove si trovava. La sua espressione di rabbia omicida, da lontano, mi parve sciogliersi in terrore. –No!—urlò –Noooo!--. Cominciò a scappare, mentre la guardia vicina a me prese la mira e sparò, colpendolo sulla spalla.
Cadde, si rialzò e riprese a correre.
–Lascialo andare—disse una guardia al collega. –Ci penserà qualcun altro ad ammazzarlo.--.
Ma lui non sembrava dello stesso parere e si mostrava ora irrequieto: --Abbiamo ricevuto ordine di ammazzare chiunque osasse avvicinarsi qui e non me ne frega niente se crepa fra cinque minuti ammazzato da qualcun altro. Se non lo abbattiamo noi, Sheldon lo verrà a sapere e ci farà il culo, imbecille. Un cadavere in più invece vale una promozione. Voi due venite con me. E tu porta dentro quel tipo fino a quando non torniamo.--.
Il collega apparve irritato dalla lavata di testa ricevuta, ma non disse niente. Mi prese per un braccio e disse: --Tu vieni con me e non fare il furbo--.
Entrammo nel CNV, mentre i tre militari si lanciarono alla caccia dell’animale ferito ed altri, un nutrito numero, restarono a guardia dell’ingresso.

--Dove mi sta portando? Da Sheldon?—chiesi salendo le scale. La guardia, ancora nera di rabbia, non mi rispose. Ripetei la domanda e lui, questa volta, rispose secco: --Stai zitto e cammina. Adesso lo vedi dove ti porto--.
Se c’era un momento per provare a far qualcosa, era quello.
Dissi: --Pensavo che un androide fosse freddo ed impassibile, invece mi sembra che basti un rimprovero per farlo innervosire--.
Lui mi guardò con durezza: --Io non sono un androide. Non ancora almeno. Molti tra guardie e poliziotti lo sono, quelli che erano la fuori con me, per esempio. Ma c’è anche qualche uomo. Ci è stato promesso di diventare come loro in cambio di collaborazione.--.
La risposta mi spiazzò completamente. Sheldon non mi aveva parlato di una cosa del genere.
--Non è possibile— dissi lentamente –allora c’era qualcuno che sapeva tutto e non ha fatto niente per fermarli. Come avete potuto?—Lo guardavo e non capivo.
--Voi credevate di essere gli unici a sapere tutto? Poveri stupidi. In tutto il mondo c’è un sacco di gente come te che è sfuggita alle vaccinazioni ed ha scoperto la verità. Ma è stata zitta e si è fatta i fatti suoi o, nel peggiore dei casi, è stata fatta tacere. Tu e i tuoi amici potete ritenervi fortunati ad essere ancora vivi. Io invece l’ho fatta la vaccinazione, eppure mi sento più intelligente di loro. Certo, non l’avrei mai capito se non me l’avessero detto, ma ho saputo decidere bene lo stesso, non trovi?--.
Quell’uomo non capiva neppure ora. Forse perché era un uomo e come tale si era lasciato abbagliare da promesse di lusso e ricchezza. Probabilmente gli androidi avevano preso i loro rischi. Sapevano che persone come quelle avrebbero collaborato e sapevano anche che se qualcuno avesse raccontato tutto in giro sarebbe stato considerato semplicemente pazzo.
--Non puoi credere a quello che ti raccontano. Loro vogliono la perfezione. Quando non gli servirete più vi uccideranno tutti—.
--Stai zitto!—mi urlò e mi diede una gomitata nel naso, rompendomelo e facendomi cadere. Il dolore era terribile e il sangue usciva denso e caldo.
Cadendo, il fucile aveva emesso un rumore metallico e, sentendolo, la guardia rimase immobile con una espressione tra il furioso e lo stupito.
--Stai su, svelto—mi intimo con voce roca.
Mi alzai lentamente con il sangue che continuava ad uscire dal naso.
--Togliti la giacca—disse ancora –e anche la camicia--.
Lo feci e rimasi a dorso nudo, con la garza ormai completamente strappata e scollata che mi avvolgeva a brandelli il torace e la spalla destra. Il fucile rimaneva attaccato a due soli giri di garza.
--Non ci siamo, caro ribelle. Ora starai assolutamente fermo mentre te lo tolgo, intesi?— disse avvicinandosi. Mi puntava la pistola alla testa.
Strappò il primo giro di garza, poi provò con il secondo senza riuscirci.
Tirò più forte. Di colpo le ultime garze intere si ruppero, sbilanciandolo.
Successe tutto in pochi secondi.
La mano che mi puntava la pistola si spostò per un attimo, nel suo slancio. Con tutta la mia forza lo colpii con il gomito sul polso.
La pistola gli cadde.
Presa dal panico, la guardia si buttò a terra per raccoglierla, ma prima che l’avesse fatto, io avevo in mano il fucile e lo tenevo sotto tiro.
--Sta buono.—gli dissi piano. –Alzati, ora, e fai quello che ti dico--.
Si alzò senza fiatare. Lo lasciai riprendere per qualche secondo, poi dissi piano: --Se provi a scappare o chiamare aiuto ti polverizzo. Anche a costo di morire, sei fai il furbo ti sparo. Hai capito?—
Fece segno di sì con la testa.
--Ora portami da Sheldon, senza fare scherzi. Vai.--.
Cominciò a salire lentamente le scale. Sembrava non esserci nessuno.
--C’è qualcuno qui intorno?--
Lui non rispose.
--Ti ho chiesto se c’è qualcuno qui intorno?—
Spinsi più forte il fucile sulla sua schiena.
Sussultò, poi disse: --Ci sono delle guardie al terzo piano—
--Sono androidi?—
--Sì—mi rispose, sempre più spaventato, prima di dire ancora: --Non ha senso quello che stai facendo. Ti cattureranno e ti uccideranno--.
--Decido io cosa è giusto fare—gli dissi seccamente
--Getta il fucile!—la voce proveniva dalle mie spalle. Mi gelò il sangue, immobilizzandomi.
--Ti ho detto di gettare il fucile!—disse ancora. Io lo lasciai cadere, senza muovermi, con lo sguardo fisso verso terra.
Sentii i poliziotti correre verso di me, mentre restavo immobile a testa bassa. Si avvicinavano sempre di più ed io ero raggelato. Dopo pochi secondi, sentii un colpo fortissimo alla testa e fu tutto buio.

FINE CAPITOLO 11

LA FABBRICA DELLA PERFEZIONE - CAPITOLO 10


L’atterraggio non fu morbido. Caddi su un fianco, rotolando per qualche metro e sentendo fitte dolorosissime al braccio ferito. Mi resi conto solo in quel momento del rischio che avevo corso. La borsa conteneva ancora tre microbombe (due delle quali a potenza espansiva) e con un volo del genere avrebbero potuto esplodere. E potevo aver danneggiato qualche arma.
Mi rialzai e zoppicando la raccolsi. Non avevo tempo per controllare che non si fosse rotto nulla, ma potei comunque ritenermi abbastanza soddisfatto di essere tutto intero o quasi.
Inoltre il luogo sembrava migliore del previsto ed era una fortuna. Quel punto della fognatura era lastricato di metallo e completamente asciutto, così il contenuto delle tasche non si era per nulla bagnato o infangato. Si trattava però di un cunicolo laterale rispetto a quello principale, che raggiunsi dopo qualche minuto.
Lo scenario lì si presentò subito diverso. Tutto era in pietra ed appariva uguale a come doveva essere stato per secoli. L’aria era irrespirabile dal tanfo e le pareti erano incrostate dallo sporco e impregnate di fango e liquami. In mezzo un canale pieno di acqua lurida scorreva lentamente, con ombre di giganteschi ratti che lo guadavano con dimestichezza.
Il tunnel procedeva sempre uguale e sporadicamente altri cunicoli minori si diramavano procedendo verso altre direzioni.
Dove andare ora? A quel punto non era più una scelta, ma un dovere. Dovevo andare da Sheldon e giocare le ultime carte che avevo.
C’era buio e vedevo a malapena dove camminavo, non fu facile capire in che direzione muoversi. Per dirigermi verso il carcere dovevo camminare verso Est, ma dov’era l’Est?
Ero entrato con le spalle rivolte verso il sole che a quell’ora, ossia poco più tardi di mezzogiorno, era a Sud. Una volta dentro avevo proseguito a sinistra ed ero sbucato nel cunicolo principale, dove mi trovavo in quel momento.
Dovevo quindi scegliere se andare a destra o a sinistra.
Se le mie considerazioni erano esatte, la direzione corretta era verso sinistra. Dovevo fidarmi di me stesso.
Seguii il cunicolo, camminando per circa venti minuti prima di imboccare una deviazione a destra, avendo avuto il sospetto di essermi spostato troppo verso ovest. La deviazione proseguì più a destra del previsto e fui costretto, poco più avanti, a prenderne un’altra verso sinistra.
Cominciavo a non capirci più niente.
Pensai di essere ormai completamente fuori strada e comunque convenni che dovevo guardare all’esterno per cercare di capire dove mi trovassi. Inoltre avevo un bisogno vitale di una boccata d’aria. Lì sotto non riuscivo più a respirare.
Le uscite per l’esterno erano tutte lastricate in metallo, come quella in cui ero entrato, non fu quindi difficile riconoscerne una. Mi avvicinai alla scala e vidi con sollievo che dall’interno la lastra che chiudeva l’ingresso poteva essere aperta anche senza chiave.
Questo mi evitò di doverla far saltare con l’ultima microbomba ovale, ma non bastò a rendermi tranquillo. Sapevo che sporgermi fuori avrebbe potuto essere letale. Estrassi dalla borsa il mitra e mi arrampicai per la scaletta. Non si sentiva nessun rumore, fuori. Aprii con cautela lo sportello e mi sporsi con la testa lentamente.
Era una via laterale elegante ed alberata e sembrava non esserci nessuno. Anche le case sembravano deserte.
Riconobbi immediatamente il quartiere e mi sorpresi di vedere che ero tutt’altro che fuori strada. In quella via vi ero passato la notte prima, mi sembrava di ricordarla. Se ero effettivamente dove pensavo di essere, il CNV doveva essere lì vicino.
Comunque, non avevo altro da fare che controllare se avessi o meno ragione.
Tornai nelle fognature, richiudendo la lastra di metallo. Tornai indietro nel cunicolo camminando per circa cinque minuti, fino a trovare un’altra uscita verso l’esterno.
Tornare in strada sarebbe stato più problematico del previsto: si sentivano ora in lontananza spari e boati tutt’altro che rassicuranti. Avevo quindi due alternative: tornare all’uscita da cui mi ero sporto poco prima o rischiare lì.
Dedussi che tornare indietro non sarebbe servito: avrei comunque incontrato qualcuno sul mio percorso. Tanto valeva giocarmi subito la carta della sorpresa.
Aprii la borsa e cercai qualcosa di utile, continuando intanto a pensare. Le microbombe ad idrogeno non andavano bene in questo caso. Una avrebbe ucciso anche me, l’altra si sarebbe limitata a polverizzare solo le persone molto vicine.
Con la mano incontrai qualcosa di molto più classico e capii che faceva al caso mio: delle bombe a mano.
Salii la scaletta con la borsa sotto braccio. In una posizione da contorsionista, mi alzai ancora di due gradini con i piedi, restando fermo con le mani, in modo da trovarmi ad avere le ginocchia all’altezza del petto.
Qui la posizione cominciò ad essere complicata. Dovevo mantenere una certa libertà di movimento e per farlo dovevo liberare le mani.
Mollai la presa con una mano, restando attaccato alla scala solo con una. La borsa era ora appoggiata sulle ginocchia. Con la mano libera estrassi due bombe.
Tolta la sicura, impiegavano circa dieci secondi ad esplodere. Se volevo impedire che qualcuno potesse avere il tempo di allontanarsi, per poi tornare a farmi la festa, non potevo permettermi di aspettare: dovevo tenerle in mano fino all’ultimo.
Feci un respiro profondo e strappai la linguetta da entrambe le bombe.
Aprii uno spiraglio nella botola, iniziando a contare.
Uno, due, tre….
Un raggio di sole dall’esterno penetrò dalla fessura.
Quattro, cinque, sei….
Allungai il braccio con le due bombe in mano, pronto a lanciarle.
Sette, otto….
Aprii con decisione il tombino e lanciai in rapida sequenza prima una bomba a destra, poi una a sinistra.
Feci appena in tempo a richiuderlo. Un primo boato, immediatamente seguito dal secondo, fece tremare anche la scala su cui ero appeso.
Temetti di cadere, ma non fu così.
Ci misi un attimo a riprendermi, poi con una velocità fulminea, impugnai il mitra. Spalancai il tombino gettando fuori il borsone, poi uscii più velocemente possibile. Sparai all’impazzata a destra e a sinistra, ma ci misi poco a capire che non ce ne sarebbe stato bisogno. Tutte le persone che fino a poco prima si divertivano ad ammazzarsi giacevano morte al suolo, in una strage di enormi proporzioni. Molte di loro erano donne, alcuni anche bambini. Quasi tutti stringevano in mano un‘arma, ad alcuni era caduta a pochi metri di distanza.
Le persone più vicine alle bombe erano state letteralmente dilaniate, dando luogo ad uno spettacolo macabro. Brandelli di braccia e gambe si vedevano dappertutto.
Terribile, osceno… ed era opera mia.
Mi sforzai di sperare che molti di loro fossero stati già morti al momento delle esplosioni, ma era solo una magra consolazione.
Non ebbi neppure il tempo per piangere. In lontananza si vedeva qualcuno muoversi, troppo distante per colpirmi e per essere colpito, ma era meglio andarsene.
Raccolsi la borsa e scappai nella direzione che mi avrebbe portato verso il CNV.

Corsi tra i morti, mi nascosi dietro i muri delle case.
Dovetti camminare per quasi tre chilometri, durante i quali vidi guerriglieri spararsi, ma non fui visto da nessuno, attento com’ero a nascondermi dalla loro visuale, metro dopo metro.
Mi sembrò un percorso interminabile… ma alla fine arrivai.
Ecco ancora il CNV, con davanti un cordone decisamente incrementato di guardie e poliziotti e nessuna persona nei dintorni, né morta, né viva. Anche in quello stato di delirio nessuno osava avvicinarsi alla polizia o alle guardie, meno che mai a quel posto. Le persone, ridotte a larve umane e desiderose solo di ammazzarsi, temevano quella gente, ne avevano paura.
Avevo un brutto presentimento: che mi stessero aspettando. Così come mi era sembrato che mi aspettasse il venditore di armi.
E quindi…
…l’unica cosa da fare rimaneva arrendersi.
O, almeno, farglielo credere.
Mi tolsi la maglietta e tirai fuori dalla borsa il solito fucile. Quell’arma, la cui potenza devastante avevo potuto appurare quel giorno, mi sembrava l’unica utile verso quegli esseri.
Cercai nella tasca e trovai la garza. Avevo un’idea e per attuarla mi tolsi camicia e jeans.
Passai un prima giro di garza intorno al fucile in mezzo alla fessura del grilletto e lo appoggiai sulla schiena. Feci passare la garza che legava il fucile sulla spalla. L’effetto visivo era quello di una sacca a tracolla.
Ora lo dovevo fermare per farlo restare rigido e solido.
Il fucile non era particolarmente lungo ed io ero piuttosto alto. Sarebbe stato comunque un problema nasconderlo.
Lo posizionai obliquamente appoggiando il calcio perfettamente dalla natica. La punta, però, sporgeva un po’ dalla spalla. Non si poteva fare altrimenti.
Passai più giri di garza che mi fu possibile, in tutti i punti, fino a finire il rotolo. Il fucile mi sembrò abbastanza saldo sulla schiena, ma sicuramente non mi potevo sedere e facevo una fatica bestiale a muovermi. Mi rimisi la camicia e mi allacciai i jeans solo fino al terzo bottone, sentendoli già molto stretti.
Così però non andava bene. La sagoma del fucile si delineava in maniera troppo evidente sulla schiena e la punta usciva dalla spalla, mostrando una sporgenza sospetta. La mia giacca non riusciva a coprire quelle protuberanze. Mi serviva qualcosa di più consistente.
Mi mossi con cautela verso dove ero venuto. Arrivai alle prime vittime dopo alcuni minuti. I giri di garza stavano già gradualmente cedendo.
Vidi in lontananza una persona che camminava. Era armato, osservava la scena probabilmente compiaciuto. Non si accorse di me.
Dovetti cercare tra la gente e non fu facile. Non era più la stagione per indossare giacche a vento, solo una persona esageratamente freddolosa avrebbe potuto portarne ancora una. Inoltre l’esplosione aveva rovinato gran parte degli abiti, rendendoli per lo più inutilizzabili.
Improvvisamente un colore più intenso mi attrasse. Un uomo giaceva morto, steso sulla schiena, con indosso una pesante giacca a vento, in discrete condizioni nonostante un paio di strappi.
L’uomo era di costituzione robusta è quella fu una fortuna: quella grossa taglia avrebbe coperto completamente il fucile.
Per la prima volta nella mia vita spogliai un cadavere.
Indossandola capii di aver ragione: la sagoma del fucile ora non si vedeva più.
Feci per andarmene, ma fui fermato da un lamento. Un uomo, poco più avanti di me, si contorceva con tragica lentezza. Altri in lontananza si muovevano, alcuni erano terribilmente mutilati. Sconvolto e preso dalla foga di fuggire, non avevo pensato che qualcuno potesse essere ancora vivo.
L’uomo che poco prima avevo scorto in lontananza stava provvedendo proprio a questo: giustiziava con un proiettile chi ancora mostrasse segni di vita.
Dovevo andarmene, prima che si potesse accorgere di me. Stavo per farlo, quando una voce mi fermò: --Aiutami… aiutami ti prego…--.
Era una donna completamente coperta di sangue, coricata in una posizione innaturale. Mi fermai e la guardai. Anche lei mi stava guardando dalle due fessure nascoste nella maschera di sangue e ustioni che le nascondeva il volto.
Una serie di colpi echeggiarono nell’aria. Il cecchino poco lontano si era accorto di me.
Disinteressandomi della precarietà del fucile sulla schiena, mi misi a correre.

FINE CAPITOLO 10

LA FABBRICA DELLA PERFEZIONE - CAPITOLO 9


In strada, da quel lato del palazzo, non c’era apparentemente nessuno, sembrava non essere mutata la desolazione che avevo osservato la sera prima.
Corsi per cento metri, senza sapere dove, poi mi bloccai.
Un uomo davanti a me scese da un’elettroauto, dandomi le spalle senza vedermi. Impugnava un fucile di precisione da cecchino, appoggiandoselo alla spalla cominciò a correre nella direzione opposta alla mia, girando attorno al palazzo da cui ero uscito.
La portiera dell’elettroauto era rimasta aperta, la vettura incustodita.
Aspettai qualche secondo di non vederlo tornare, quindi mi diressi verso la vettura, salendovi.
La scheda di avviamento pendeva da un portachiavi appoggiato sul cruscotto.
“Servizio completo” pensai sarcastico, inserendo la scheda “Primo passo nel mondo della delinquenza: furto di un’auto”.
Il motore elettrico si accese immediatamente con un ronzio.
Percorsi il viale ad una buona velocità, lo spettacolo fuori dal quartiere fu terrificante. Vidi un enorme grattacielo in fiamme. Le costruzioni degli ultimi trent’anni erano rigorosamente realizzate in materiali antincendio, eppure per bruciare così quel palazzo doveva essere stato innaffiato con barili d’alcool, o forse di un liquido ormai inutilizzato da decenni: la benzina.
Non vi erano però pompieri a spegnere il fuoco. Le uniche persone che si vedevano all’orizzonte erano in un gruppetto armato intento a sparare su tutto ciò che si muoveva e non solo.
Dunque su una cosa Sheldon si era sbagliato: in quell’esplosione di follia collettiva, molti si erano anche schierati in bande. Probabilmente questo dipendeva dalla natura dell’uomo: in gruppo si sente più forte. E poco cambiava se quelle persone tra loro si odiassero come odiavano gli altri, quelle erano unioni di convenienza. Così era e così, sapevo benissimo, sarebbe sempre stato. Anche se Sheldon ed i suoi compagni non lo avevano previsto, non avrebbe certo dato loro fastidio: i gruppi, dopo avere distrutto e ucciso, avrebbero fatto lo stesso fra di loro.
Passare non sarebbe stato facile, non potevo certo continuare a guidare con la mia elettrauto, prima avrebbero distrutto lei, poi me.
Scesi dalla macchina prendendo le borse e la lasciai dov’era. Era già una fortuna che nessuno si fosse ancora accorto di me. Mi nascosi dietro una casa che sembrava deserta e riordinai le idee.
Mi guardai intorno alla ricerca di qualcosa che mi sarebbe potuto servire e per qualche minuto cercai di osservare tutto ciò che mi stava intorno.
Un idrante, una bicicletta, una moto in lontananza. Nulla che potesse minimamente servirmi.
Guardai l’abitazione che mi era vicina e provai a girarvi attorno.
Vi era un giardino, un’elettroauto parcheggiata, attrezzi da giardinaggio, un triciclo gravitazionale da bambino e…
Incontrai con lo sguardo la mia via di fuga.
In lontananza si sentivano spari e grida, poi, improvvisamente, il boato di una bomba.
Un palazzo stava crollando. Il fumo di quello in fiamme, inoltre, cominciava ad arrivarmi acre alle narici. Dovevo sbrigarmi.
Sarei passato per le fogne.
Mi resi però conto di non poter impiegare per un bersaglio così ravvicinato il fucile che avevo usato a disintegrare la porta metallica del palazzo, pensai allora ad una microbomba ad idrogeno. Ne esistevano di due tipi: quelle espansive, capaci di distruggere e deformare fino a quattro miglia di distanza e quelle di potenza concentrata, per limitare la potenza distruttiva entro un raggio molto limitato, per demolire porte o pareti.
Io le avevo con me entrambe: una era rossa e di forma ovale, l’altra un cubetto viola. Non ricordavo più quale delle due fosse di un tipo e quale dell’altro.
Stavo per rinunciare quando un proiettile mi sfiorò un braccio. Mi girai e vidi una persona dall’aspetto dell’impiegato di banca che si stava dirigendo verso di me, puntandomi addosso un fucile da caccia.
Presi senza pensarci la bomba rossa ovale e la appoggiai sulla lastra di acciaio che conduceva alle fogne, togliendo la piccola sicura. Poi misi una mano nella borsa estraendo la prima arma che trovai, una mitraglietta.
Alzai lo sguardo e vidi che l’uomo stava prendendo la mira. Mi buttai a terra, giusto in tempo per evitare il colpo, che mi sibilò vicinissimo. Cadendo, picchiai il mento sull’asfalto, sentendo subito il sapore amaro del sangue riempirmi la bocca.
Con un gesto piuttosto lento e scoordinato, impugnai il mitra con la mano sinistra e gli sparai, pochi secondi prima che lui potesse premere ancora il grilletto. Lo mancai, ma servì comunque a spaventarlo ed a fargli abbassare momentaneamente il fucile.
Dietro di me intanto la microbomba esplose con un boato sordo e cupo, aprendo un varco verso il sottosuolo.
Mi alzai e questa volta molto più rapidamente mi spostai, impugnando forte le maniglie del borsone, dietro un muretto che separava la strada dal marciapiede, stendendomi a terra.
L’uomo era ora uscito dalla mia visuale, ma quello che più importava era che io fossi uscito dalla sua. Lo sentii camminare, avvicinandosi. Cercai freneticamente con la mano nel borsone, senza guardare. Trovai quasi subito il fucile che avevo utilizzato per abbattere la porta di ferro il giorno prima.
Lo impugnai e mi concentrai, cominciando a contare.
Uno.
Due.
Tre.
Mi buttai a lato del muretto, sparando verso di lui, che era ormai arrivato molto vicino all’armadio. L’accecante palla rossa partì dal fucile con una lentezza di un paio di secondi che non avevo calcolato e che gli consentì di buttarsi a terra appena in tempo per evitarla. Dietro di lui, il muro di un’abitazione si disintegrò con il consueto sibilo sordo, creando un enorme squarcio.
Fu meglio così. L’uomo cadendo aveva perso il fucile ed ora era disarmato. Ripresi rapidamente la mitraglietta che avevo lasciato a terra e con quella lo tenni sotto tiro. Lui mi guardò, con un ciuffo di capelli abbandonato sulla fronte e uno sguardo sperduto. Cercò di muoversi.
--Stai fermo!—gli urlai. Lui si fermò. –Stai fermo.—dissi ancora, ma questa volta parlavo lentamente –Se ti muovi sparo.--.
Tacqui per un attimo, riordinando le idee. Non lo potevo ammazzare a sangue freddo. Non aveva colpa.
Improvvisamente si alzo. –Stai giù!—gli urlai, ma lui non ubbidì e si diresse verso il fucile, lontano quattro o cinque metri. –Ti ho detto di stare giù!—urlai ancora, ma sembrava non mi sentisse, meccanicamente si stava chinando per raccogliere l’arma con cui aveva cercato di ammazzarmi.
--Ti prego—gli dissi e questa volta non stavo urlando, lo stavo supplicando –fermati…--
Mi puntò addosso il fucile. Vidi nei suoi occhi una rabbia cieca che non mi lasciò scelta.
Sparai una scarica di proiettili che lo colpirono in pieno, facendolo sobbalzare e successivamente afflosciare a terra. Rimase li, agonizzante e sanguinante. Un rivolo di sangue gli usciva dalla bocca.
Mi avvicinai, porgendogli la mano, che mi strinse. Respirava faticosamente e continuava a perdere sangue dalla bocca. Dietro la sua schiena, dove l’avevo colpito, c’era ormai un lago di sangue.
--Mi fa… male…—disse, e smise di stringermi la mano. Non respirava più.
Mi alzai e cercai inutilmente un fazzoletto nelle mie tasche. Stavo piangendo, non mi accadeva da anni.
Le lacrime di disperazione che mi bagnavano il viso erano anche lacrime di rabbia. Chi aveva voluto tutto questo, chi mi aveva trasformato in un assassino, avrebbe pagato.
Sputai sangue dalle gengive sanguinanti e guardai il tombino aperto dall’esplosivo. Almeno ora sapevo quale era la bomba di potenza concentrata.
La potenza distruttiva era comunque stata superiore alle mie aspettative. Gran parte della scala era andata distrutta ed ora avrei dovuto fare un bel salto.
La ferita che mi ero procurato su un gomito cadendo poco prima continuava intanto a sanguinare. Mi rovistai nelle tasche della giacca e vi estrassi le garze, con cui la fasciai, conservando poi il rotolo di garza rimasta.
Misi il mitra e la pistola che avevo usato nella borsa e la chiusi, quindi la buttai nel buco. A giudicare dal tonfo, capii che doveva essere ancora più alto di quello che sembrava.
Mi chiusi le tasche piene e mi apprestai a saltare: questa volta non vi era neppure il tempo per contare.
Chiusi gli occhi e mi lasciai cadere.

FINE CAPITOLO 9

I'M BACK... MA DI PASSAGGIO


Ci credereste? Sono tornato… con qualche spiegazione e qualche “buona nuova”…
Innanzitutto: il romanzo a puntate, quello di cui avevo miseramente interrotto la pubblicazione più di un anno fa, è da tempo stato completato ed in poche ore terminerò di pubblicare su questo blog i capitoli rimasti. Per poi inserire in bella vista un post con link permanenti alle mie due opere complete in formato PDF ed EPUB (già… nel frattempo tablet ed ebook si sono fatti strada…). E per un po’ di tempo sarà tutto qui.
Per il futuro poi… non so. Il mio “altro lavoro”, quello per intenderci che mi fa campare, mi sta impegnando molto ultimamente ed il tempo per scrivere è scarso. Per cui devo scegliere: quel poco che trovo, o lo uso per continuare i miei romanzi, oppure per scrivere articoli sul blog. Al momento ho scelto la prima, ma la seconda possibilità non è per nulla abbandonata… solo accantonata.
Forse qualcosa ancora la pubblicherò occasionalmente, ma sicuramente non sarò per un po’ di tempo in grado di farlo con quella continuità che un blog richiederebbe.
Questo è quanto. Diciamo che ora torno, termino le cose in sospeso e poi si vedrà… dipenderà anche dai lettori: se qualcuno sarà interessato a ricevere aggiornamenti sullo stato delle mie opere o vorrà commentare quelle pubblicate, potrà contattarmi sul blog o via e-mail e chissà, forse mi tornerà voglia di condividere con il mondo qualche riflessione … altrimenti continuerò a fare quello che ho sempre fatto, ossia mettere i miei pensieri su carta prima di tutto per me stesso, almeno fino a quando non avrò pronto qualcosa di compiuto e soddisfacente.
Chi comunque volesse continuare a captare mie pillole di scrittura, può seguirmi su Facebook, dove sono sempre presente. Per lo più con frasette demenziali o criptiche, comunque ben diverse da quanto pubblicato su questo blog… altro mezzo, altro uso, ma dietro la tastiera ci sono sempre io.
Buon proseguo, presto o tardi ci si risente…