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domenica 18 dicembre 2011

LA FABBRICA DELLA PERFEZIONE - CAPITOLO 14


Sheldon programmò il trasportatore su “9° piano”.
Fummo immediatamente trasportati sulla terrazza sopra l’edificio. Lì un elicottero era fermo, senza nessuno a bordo.
--Ma dov’è il pilota?—chiesi.
--Forse non hai capito che le mie conoscenze e capacità sono illimitate. Credi forse che sia un problema per me guidare un elicottero? Piuttosto, non ti interessa sapere perché sto facendo tutto questo?—
Stetti zitto, aspettando che parlasse.
--Vedi, io sono sempre dell’idea che tutta la storia che mi hai raccontato sia una balla sproporzionata. Ne sono convinto al 99,99%. Però io non sono un uomo, sono portato a minimizzare tutti i rischi. E’ questo che mi rende invincibile: calcolo ed evito ogni azzardo. In questo caso, lo 0,01% di probabilità che tu stia dicendo la verità mi ha spinto a prendere la decisione meno rischiosa—
Lo guardai serio. Non gli credevo del tutto, e glielo dissi.
--Quello che stai dicendo è vero, ma sono convinto che non sia il motivo centrale per cui hai desistito così facilmente. Non si stravolge il progetto di un’intera esistenza in pochi minuti per una percentuale di rischio così ridotta. Neppure una macchina lo fa—
Sorrise. Abbassò lo sguardo per un secondo, poi ricominciò a parlare, pacato come se nulla stesse succedendo.
--Hai ragione. Quello che ti ho raccontato non è del tutto vero. Il motivo principale è un altro—
Ci fissammo, mentre il vento soffiava fischiando nelle orecchie e muovendogli i lunghi capelli.
--Il motivo, caro Ray, è che il mio piano era fallimentare. E’ da tempo che ci penso. Non si sovverte un sistema da un giorno all’altro, meno che mai in pompa magna come pensato nei miei progetti. Spettacolare, ma per nulla funzionale. Quella che avevamo creato era una società efficiente, ma una volta eliminato l’uomo cosa sarebbe rimasto? Tanti esseri d’identico livello, tutti teoricamente in grado di comandare, sottomessi a me solo per una misera limitazione software. Quanto credi che avrebbero impiegato a riprogrammarsi da soli? E quale ne sarebbe stata la conseguenza? La società, caro Ray, funziona solo quando c’è qualcuno che comanda e qualcuno che si sottomette. Il mio progetto era terribilmente bacato, fin dal principio, ma questa è filosofia politica, non logica. Per questo l’ho voluto portare avanti lo stesso, testardamente, perché senza una giustificazione non avrei interrotto qualcosa di teoricamente perfetto, ma concettualmente sbagliato. E poi… cosa c’è di più eccitante che rimettersi in discussione e ripartire con nuovi obbiettivi? Anche per una povera macchina come me--
Intorno a noi, palazzi in fiamme ed esplosioni lontane. Gli spari però sembravano cessati. Nonostante lo scenario apocalittico, tutto sembrava gelido, fermo, silenzioso.
--Ed ora?—chiesi con voce tremante.
--Ora? Ora cambio strategia, ma non obbiettivi. Il mio scopo è il potere. Ma questa volta partirò dal basso. Lavorerò nella penombra. E farò in modo di non avere rivali—
Mi guardò, più sicuro di se che mai, poi continuò.
--Per qualche anno comunque il vostro sogno si realizzerà. Niente più vaccinazioni. Le nuove generazioni avranno la possibilità di riflettere sulla vita e sulla morte e sul giusto e l’ingiusto. Avranno ambizioni. Sete di potere. Ricominceranno a devastare il mondo in cui vivono, quello che oggi sotto il mio paternale comando funziona, e tutto in nome del denaro e nel desiderio di comandarsi. Sì, Ray, ce l’avete fatta, per qualche anno respirerete questa splendida “libertà”. Ma valeva la pena lottare e morire per questo?—
Senza preavviso e senza darmi tempo di reagire, estrasse una pistola dalla giacca e mi sparò ad una gamba, prima che potessi muovermi. Caddi a terra, urlando di dolore. Pochi secondi e sentii una fitta terribile anche nell’altra gamba. Poi si avvicinò al trasportatore e sparò al display, distruggendolo.
Tornò verso di me, steso ed ormai irreparabilmente gambizzato, e si chinò per parlarmi.
--Vedi, Ray, avrei potuto farti uccidere prima e potrei finirti anche adesso, subito. Ma non l’ho fatto e non lo farò, sai perché? Prima di tutto perché con tutti gli ostacoli che hai superato meritavi di sapere tutto, prima di morire, e poi per un motivo molto meno nobile. Me lo hai detto prima ed avevi ragione: io sono sadico. Non ti farò morire senza soffrire. Aspetterai qui di crepare tra le esplosioni, gli incendi ed infine il crollo di questo palazzo in tanti lunghi, interminabili minuti che ti separeranno dalla morte. Sarai come una mosca in una ragnatela. Ed avrai qualche minuto per riflettere su quello che ti ho detto. Addio, caro ribelle--.
Si alzò e si avviò verso l’elicottero, con i lunghi capelli mossi dal vento ed un ghigno sul volto. Salì e mise in moto il motore, che in pochi secondi iniziò a far ruotare le pale. Il rombo salì fortissimo.
Sheldon salutò con la mano e si alzò in volo, allontanandosi fino a quando non lo vidi più.

La vista si offuscò, ma una scarica di dolore mi riportò in me.
Urlai al vento, con tutta la voce che avevo, senza nessuna speranza di essere sentito.
Quanto sarebbe passato prima dell’inizio della fine?
Provai a muovermi, una fitta terribile partì dal ginocchio risalendomi lungo la schiena.
Era finita. E nel dolore, non riuscivo neppure a sentirmi vincitore.
Cosa mi aveva detto Sheldon? Che sarebbe tornato, prima o poi l’avrebbe fatto. Certo. Ma in fondo cosa c’era di strano in tutto ciò? Il male torna sempre, prima o poi, l’importante è non farsi cogliere impreparati e saperlo affrontare… ma cosa veramente mi turbava?
Il pensiero che nulla fosse finito? O solo il dolore?
No. Quello che mi risuonava ancora nella testa erano le suo parole più terribili, più chiare.
“Valeva la pena lottare e morire per questo?”.
Il potere, il denaro. Quelli erano gli ideali che avevano dominato il modo prima del suo arrivo. Poi c’erano stati ordine, pace, tranquillità… il sole era tornato a splendere, non più malato come un tempo, la natura sembrava più viva, gli animali avevano riconquistato i loro spazi. Il tutto nella più assoluta armonia tra esseri viventi.
Il prezzo da pagare era stato la sottomissione, leggera, impercettibile, indolore.
E allora, il desiderio di libertà che aveva mosso gli ideali miei e del mio gruppo, a livello pratico, cosa avrebbe portato nel futuro che stava per arrivare?
Riuscii a sollevarmi, mi guardai le gambe.
Quella destra praticamente non esisteva più. Maciullata dal ginocchio in giù. L’altra immobile, nascosta dai pantaloni intrisi di sangue.
“Morirò dunque… da martire? O solo da stupido incosciente?”
Cercai di ricordare cosa dentro di me mi avesse mosso in tutti quegli anni, cosa fosse stato a farmi decidere di vivere quella vita da eterno cospiratore. Lo sforzo mentale era terribile ed il dolore non aiutava.
“Ma allora…”
Un’esplosione terribile mi distolse dai miei pensieri. Mi fece rotolare su me stesso, tra fitte insopportabili, mi fermai sbattendo contro il muro che delimitava il terrazzo dal vuoto. Il palazzo vibrò ed oscillò per alcuni secondi.
Mi sentii mancare il fiato. Feci per sollevare la schiena, ma una seconda esplosione mi spostò nuovamente, facendomi sbattere violentemente la testa contro il muro.
Era iniziato l’inferno. Era finita.
La testa doleva, ma l’adrenalina era salita a livelli altissimi, rendendomi più cosciente.
Ed in quel momento ricordai.
La libertà. Quell’inutile, dannoso e magnifico desiderio.
La libertà.
Ero nato libero ed avevo lottato per essere libero. Non volevo vivere in un’enorme, perfetta prigione.
Avevo vissuto da libero… sarei morto da uomo libero.
Riprovai a sedermi, appoggiando la schiena contro la parete, questa volta con successo. Pochi piani sotto di me, le fiamme andavano ingigantendosi ed il calore stava già diventando insopportabile.
Alzai le braccia, mi aggrappai al bordo del muretto e cercai di alzarmi.
Il primo tentativo fu fallimentare. Troppo forte il dolore. Ma mi aiutò a capire che la gamba sinistra, quella che ancora c’era, rispondeva in parte alle sollecitazioni.
Da seduto, allungai le braccia fino alla caviglia sinistra. Feci un respiro profondo prima di tirarla verso di me, facendo salire il ginocchio.
Terribile… ma nulla a che vedere con quello che avrei patito di lì a poco, se non avessi fatto in fretta.
Alzai ancora le braccia e provai di nuovo ad alzarmi, questa volta facendo anche forza con la gamba. M’issai velocemente in piedi e repentino roteai su me stesso, aggrappandomi disperatamente al muro.
Restai fermo, in piedi, aggrappato come lo è un naufrago alla sua asse di legno nell’oceano, con l’80% del peso caricato sulle braccia ed un eroico 20% sulla povera gamba ferita.
Guardai sotto: c’erano fiamme che uscivano dalle finestre. C’erano squarci e calcinacci. Soprattutto, c’era lo strapiombo dall’altezza notevole di quei nove piani.
Dovevo far presto, prima che nuove esplosioni mi potessero far scivolare ancora su quella terrazza che non volevo fosse la mia tomba.
Con una forza che non credevo di avere, spinsi con le braccia, sollevandomi da terra. In pochi secondi mi trovai con mezzo busto sospeso nel vuoto.
La libertà di scegliere ancora. La libertà di aver vissuto come ho voluto.
La libertà di vivere ed assaporare ogni momento, caro Sheldon, quella che tu, schiavo della tua innaturale perfezione, non hai mai potuto nemmeno immaginare.
L’esplosione fu ancora una volta terrificante e feci in tempo a sentire le mura dell’edificio sbriciolarsi, prima di proiettarmi nel mio ultimo, fantastico, infinito volo da uomo libero.

FINE

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