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domenica 18 dicembre 2011

LA FABBRICA DELLA PERFEZIONE - CAPITOLO 10


L’atterraggio non fu morbido. Caddi su un fianco, rotolando per qualche metro e sentendo fitte dolorosissime al braccio ferito. Mi resi conto solo in quel momento del rischio che avevo corso. La borsa conteneva ancora tre microbombe (due delle quali a potenza espansiva) e con un volo del genere avrebbero potuto esplodere. E potevo aver danneggiato qualche arma.
Mi rialzai e zoppicando la raccolsi. Non avevo tempo per controllare che non si fosse rotto nulla, ma potei comunque ritenermi abbastanza soddisfatto di essere tutto intero o quasi.
Inoltre il luogo sembrava migliore del previsto ed era una fortuna. Quel punto della fognatura era lastricato di metallo e completamente asciutto, così il contenuto delle tasche non si era per nulla bagnato o infangato. Si trattava però di un cunicolo laterale rispetto a quello principale, che raggiunsi dopo qualche minuto.
Lo scenario lì si presentò subito diverso. Tutto era in pietra ed appariva uguale a come doveva essere stato per secoli. L’aria era irrespirabile dal tanfo e le pareti erano incrostate dallo sporco e impregnate di fango e liquami. In mezzo un canale pieno di acqua lurida scorreva lentamente, con ombre di giganteschi ratti che lo guadavano con dimestichezza.
Il tunnel procedeva sempre uguale e sporadicamente altri cunicoli minori si diramavano procedendo verso altre direzioni.
Dove andare ora? A quel punto non era più una scelta, ma un dovere. Dovevo andare da Sheldon e giocare le ultime carte che avevo.
C’era buio e vedevo a malapena dove camminavo, non fu facile capire in che direzione muoversi. Per dirigermi verso il carcere dovevo camminare verso Est, ma dov’era l’Est?
Ero entrato con le spalle rivolte verso il sole che a quell’ora, ossia poco più tardi di mezzogiorno, era a Sud. Una volta dentro avevo proseguito a sinistra ed ero sbucato nel cunicolo principale, dove mi trovavo in quel momento.
Dovevo quindi scegliere se andare a destra o a sinistra.
Se le mie considerazioni erano esatte, la direzione corretta era verso sinistra. Dovevo fidarmi di me stesso.
Seguii il cunicolo, camminando per circa venti minuti prima di imboccare una deviazione a destra, avendo avuto il sospetto di essermi spostato troppo verso ovest. La deviazione proseguì più a destra del previsto e fui costretto, poco più avanti, a prenderne un’altra verso sinistra.
Cominciavo a non capirci più niente.
Pensai di essere ormai completamente fuori strada e comunque convenni che dovevo guardare all’esterno per cercare di capire dove mi trovassi. Inoltre avevo un bisogno vitale di una boccata d’aria. Lì sotto non riuscivo più a respirare.
Le uscite per l’esterno erano tutte lastricate in metallo, come quella in cui ero entrato, non fu quindi difficile riconoscerne una. Mi avvicinai alla scala e vidi con sollievo che dall’interno la lastra che chiudeva l’ingresso poteva essere aperta anche senza chiave.
Questo mi evitò di doverla far saltare con l’ultima microbomba ovale, ma non bastò a rendermi tranquillo. Sapevo che sporgermi fuori avrebbe potuto essere letale. Estrassi dalla borsa il mitra e mi arrampicai per la scaletta. Non si sentiva nessun rumore, fuori. Aprii con cautela lo sportello e mi sporsi con la testa lentamente.
Era una via laterale elegante ed alberata e sembrava non esserci nessuno. Anche le case sembravano deserte.
Riconobbi immediatamente il quartiere e mi sorpresi di vedere che ero tutt’altro che fuori strada. In quella via vi ero passato la notte prima, mi sembrava di ricordarla. Se ero effettivamente dove pensavo di essere, il CNV doveva essere lì vicino.
Comunque, non avevo altro da fare che controllare se avessi o meno ragione.
Tornai nelle fognature, richiudendo la lastra di metallo. Tornai indietro nel cunicolo camminando per circa cinque minuti, fino a trovare un’altra uscita verso l’esterno.
Tornare in strada sarebbe stato più problematico del previsto: si sentivano ora in lontananza spari e boati tutt’altro che rassicuranti. Avevo quindi due alternative: tornare all’uscita da cui mi ero sporto poco prima o rischiare lì.
Dedussi che tornare indietro non sarebbe servito: avrei comunque incontrato qualcuno sul mio percorso. Tanto valeva giocarmi subito la carta della sorpresa.
Aprii la borsa e cercai qualcosa di utile, continuando intanto a pensare. Le microbombe ad idrogeno non andavano bene in questo caso. Una avrebbe ucciso anche me, l’altra si sarebbe limitata a polverizzare solo le persone molto vicine.
Con la mano incontrai qualcosa di molto più classico e capii che faceva al caso mio: delle bombe a mano.
Salii la scaletta con la borsa sotto braccio. In una posizione da contorsionista, mi alzai ancora di due gradini con i piedi, restando fermo con le mani, in modo da trovarmi ad avere le ginocchia all’altezza del petto.
Qui la posizione cominciò ad essere complicata. Dovevo mantenere una certa libertà di movimento e per farlo dovevo liberare le mani.
Mollai la presa con una mano, restando attaccato alla scala solo con una. La borsa era ora appoggiata sulle ginocchia. Con la mano libera estrassi due bombe.
Tolta la sicura, impiegavano circa dieci secondi ad esplodere. Se volevo impedire che qualcuno potesse avere il tempo di allontanarsi, per poi tornare a farmi la festa, non potevo permettermi di aspettare: dovevo tenerle in mano fino all’ultimo.
Feci un respiro profondo e strappai la linguetta da entrambe le bombe.
Aprii uno spiraglio nella botola, iniziando a contare.
Uno, due, tre….
Un raggio di sole dall’esterno penetrò dalla fessura.
Quattro, cinque, sei….
Allungai il braccio con le due bombe in mano, pronto a lanciarle.
Sette, otto….
Aprii con decisione il tombino e lanciai in rapida sequenza prima una bomba a destra, poi una a sinistra.
Feci appena in tempo a richiuderlo. Un primo boato, immediatamente seguito dal secondo, fece tremare anche la scala su cui ero appeso.
Temetti di cadere, ma non fu così.
Ci misi un attimo a riprendermi, poi con una velocità fulminea, impugnai il mitra. Spalancai il tombino gettando fuori il borsone, poi uscii più velocemente possibile. Sparai all’impazzata a destra e a sinistra, ma ci misi poco a capire che non ce ne sarebbe stato bisogno. Tutte le persone che fino a poco prima si divertivano ad ammazzarsi giacevano morte al suolo, in una strage di enormi proporzioni. Molte di loro erano donne, alcuni anche bambini. Quasi tutti stringevano in mano un‘arma, ad alcuni era caduta a pochi metri di distanza.
Le persone più vicine alle bombe erano state letteralmente dilaniate, dando luogo ad uno spettacolo macabro. Brandelli di braccia e gambe si vedevano dappertutto.
Terribile, osceno… ed era opera mia.
Mi sforzai di sperare che molti di loro fossero stati già morti al momento delle esplosioni, ma era solo una magra consolazione.
Non ebbi neppure il tempo per piangere. In lontananza si vedeva qualcuno muoversi, troppo distante per colpirmi e per essere colpito, ma era meglio andarsene.
Raccolsi la borsa e scappai nella direzione che mi avrebbe portato verso il CNV.

Corsi tra i morti, mi nascosi dietro i muri delle case.
Dovetti camminare per quasi tre chilometri, durante i quali vidi guerriglieri spararsi, ma non fui visto da nessuno, attento com’ero a nascondermi dalla loro visuale, metro dopo metro.
Mi sembrò un percorso interminabile… ma alla fine arrivai.
Ecco ancora il CNV, con davanti un cordone decisamente incrementato di guardie e poliziotti e nessuna persona nei dintorni, né morta, né viva. Anche in quello stato di delirio nessuno osava avvicinarsi alla polizia o alle guardie, meno che mai a quel posto. Le persone, ridotte a larve umane e desiderose solo di ammazzarsi, temevano quella gente, ne avevano paura.
Avevo un brutto presentimento: che mi stessero aspettando. Così come mi era sembrato che mi aspettasse il venditore di armi.
E quindi…
…l’unica cosa da fare rimaneva arrendersi.
O, almeno, farglielo credere.
Mi tolsi la maglietta e tirai fuori dalla borsa il solito fucile. Quell’arma, la cui potenza devastante avevo potuto appurare quel giorno, mi sembrava l’unica utile verso quegli esseri.
Cercai nella tasca e trovai la garza. Avevo un’idea e per attuarla mi tolsi camicia e jeans.
Passai un prima giro di garza intorno al fucile in mezzo alla fessura del grilletto e lo appoggiai sulla schiena. Feci passare la garza che legava il fucile sulla spalla. L’effetto visivo era quello di una sacca a tracolla.
Ora lo dovevo fermare per farlo restare rigido e solido.
Il fucile non era particolarmente lungo ed io ero piuttosto alto. Sarebbe stato comunque un problema nasconderlo.
Lo posizionai obliquamente appoggiando il calcio perfettamente dalla natica. La punta, però, sporgeva un po’ dalla spalla. Non si poteva fare altrimenti.
Passai più giri di garza che mi fu possibile, in tutti i punti, fino a finire il rotolo. Il fucile mi sembrò abbastanza saldo sulla schiena, ma sicuramente non mi potevo sedere e facevo una fatica bestiale a muovermi. Mi rimisi la camicia e mi allacciai i jeans solo fino al terzo bottone, sentendoli già molto stretti.
Così però non andava bene. La sagoma del fucile si delineava in maniera troppo evidente sulla schiena e la punta usciva dalla spalla, mostrando una sporgenza sospetta. La mia giacca non riusciva a coprire quelle protuberanze. Mi serviva qualcosa di più consistente.
Mi mossi con cautela verso dove ero venuto. Arrivai alle prime vittime dopo alcuni minuti. I giri di garza stavano già gradualmente cedendo.
Vidi in lontananza una persona che camminava. Era armato, osservava la scena probabilmente compiaciuto. Non si accorse di me.
Dovetti cercare tra la gente e non fu facile. Non era più la stagione per indossare giacche a vento, solo una persona esageratamente freddolosa avrebbe potuto portarne ancora una. Inoltre l’esplosione aveva rovinato gran parte degli abiti, rendendoli per lo più inutilizzabili.
Improvvisamente un colore più intenso mi attrasse. Un uomo giaceva morto, steso sulla schiena, con indosso una pesante giacca a vento, in discrete condizioni nonostante un paio di strappi.
L’uomo era di costituzione robusta è quella fu una fortuna: quella grossa taglia avrebbe coperto completamente il fucile.
Per la prima volta nella mia vita spogliai un cadavere.
Indossandola capii di aver ragione: la sagoma del fucile ora non si vedeva più.
Feci per andarmene, ma fui fermato da un lamento. Un uomo, poco più avanti di me, si contorceva con tragica lentezza. Altri in lontananza si muovevano, alcuni erano terribilmente mutilati. Sconvolto e preso dalla foga di fuggire, non avevo pensato che qualcuno potesse essere ancora vivo.
L’uomo che poco prima avevo scorto in lontananza stava provvedendo proprio a questo: giustiziava con un proiettile chi ancora mostrasse segni di vita.
Dovevo andarmene, prima che si potesse accorgere di me. Stavo per farlo, quando una voce mi fermò: --Aiutami… aiutami ti prego…--.
Era una donna completamente coperta di sangue, coricata in una posizione innaturale. Mi fermai e la guardai. Anche lei mi stava guardando dalle due fessure nascoste nella maschera di sangue e ustioni che le nascondeva il volto.
Una serie di colpi echeggiarono nell’aria. Il cecchino poco lontano si era accorto di me.
Disinteressandomi della precarietà del fucile sulla schiena, mi misi a correre.

FINE CAPITOLO 10

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