
In strada, da quel lato del palazzo, non c’era apparentemente nessuno, sembrava non essere mutata la desolazione che avevo osservato la sera prima.
Corsi per cento metri, senza sapere dove, poi mi bloccai.
Un uomo davanti a me scese da un’elettroauto, dandomi le spalle senza vedermi. Impugnava un fucile di precisione da cecchino, appoggiandoselo alla spalla cominciò a correre nella direzione opposta alla mia, girando attorno al palazzo da cui ero uscito.
La portiera dell’elettroauto era rimasta aperta, la vettura incustodita.
Aspettai qualche secondo di non vederlo tornare, quindi mi diressi verso la vettura, salendovi.
La scheda di avviamento pendeva da un portachiavi appoggiato sul cruscotto.
“Servizio completo” pensai sarcastico, inserendo la scheda “Primo passo nel mondo della delinquenza: furto di un’auto”.
Il motore elettrico si accese immediatamente con un ronzio.
Percorsi il viale ad una buona velocità, lo spettacolo fuori dal quartiere fu terrificante. Vidi un enorme grattacielo in fiamme. Le costruzioni degli ultimi trent’anni erano rigorosamente realizzate in materiali antincendio, eppure per bruciare così quel palazzo doveva essere stato innaffiato con barili d’alcool, o forse di un liquido ormai inutilizzato da decenni: la benzina.
Non vi erano però pompieri a spegnere il fuoco. Le uniche persone che si vedevano all’orizzonte erano in un gruppetto armato intento a sparare su tutto ciò che si muoveva e non solo.
Dunque su una cosa Sheldon si era sbagliato: in quell’esplosione di follia collettiva, molti si erano anche schierati in bande. Probabilmente questo dipendeva dalla natura dell’uomo: in gruppo si sente più forte. E poco cambiava se quelle persone tra loro si odiassero come odiavano gli altri, quelle erano unioni di convenienza. Così era e così, sapevo benissimo, sarebbe sempre stato. Anche se Sheldon ed i suoi compagni non lo avevano previsto, non avrebbe certo dato loro fastidio: i gruppi, dopo avere distrutto e ucciso, avrebbero fatto lo stesso fra di loro.
Passare non sarebbe stato facile, non potevo certo continuare a guidare con la mia elettrauto, prima avrebbero distrutto lei, poi me.
Scesi dalla macchina prendendo le borse e la lasciai dov’era. Era già una fortuna che nessuno si fosse ancora accorto di me. Mi nascosi dietro una casa che sembrava deserta e riordinai le idee.
Mi guardai intorno alla ricerca di qualcosa che mi sarebbe potuto servire e per qualche minuto cercai di osservare tutto ciò che mi stava intorno.
Un idrante, una bicicletta, una moto in lontananza. Nulla che potesse minimamente servirmi.
Guardai l’abitazione che mi era vicina e provai a girarvi attorno.
Vi era un giardino, un’elettroauto parcheggiata, attrezzi da giardinaggio, un triciclo gravitazionale da bambino e…
Incontrai con lo sguardo la mia via di fuga.
In lontananza si sentivano spari e grida, poi, improvvisamente, il boato di una bomba.
Un palazzo stava crollando. Il fumo di quello in fiamme, inoltre, cominciava ad arrivarmi acre alle narici. Dovevo sbrigarmi.
Sarei passato per le fogne.
Mi resi però conto di non poter impiegare per un bersaglio così ravvicinato il fucile che avevo usato a disintegrare la porta metallica del palazzo, pensai allora ad una microbomba ad idrogeno. Ne esistevano di due tipi: quelle espansive, capaci di distruggere e deformare fino a quattro miglia di distanza e quelle di potenza concentrata, per limitare la potenza distruttiva entro un raggio molto limitato, per demolire porte o pareti.
Io le avevo con me entrambe: una era rossa e di forma ovale, l’altra un cubetto viola. Non ricordavo più quale delle due fosse di un tipo e quale dell’altro.
Stavo per rinunciare quando un proiettile mi sfiorò un braccio. Mi girai e vidi una persona dall’aspetto dell’impiegato di banca che si stava dirigendo verso di me, puntandomi addosso un fucile da caccia.
Presi senza pensarci la bomba rossa ovale e la appoggiai sulla lastra di acciaio che conduceva alle fogne, togliendo la piccola sicura. Poi misi una mano nella borsa estraendo la prima arma che trovai, una mitraglietta.
Alzai lo sguardo e vidi che l’uomo stava prendendo la mira. Mi buttai a terra, giusto in tempo per evitare il colpo, che mi sibilò vicinissimo. Cadendo, picchiai il mento sull’asfalto, sentendo subito il sapore amaro del sangue riempirmi la bocca.
Con un gesto piuttosto lento e scoordinato, impugnai il mitra con la mano sinistra e gli sparai, pochi secondi prima che lui potesse premere ancora il grilletto. Lo mancai, ma servì comunque a spaventarlo ed a fargli abbassare momentaneamente il fucile.
Dietro di me intanto la microbomba esplose con un boato sordo e cupo, aprendo un varco verso il sottosuolo.
Mi alzai e questa volta molto più rapidamente mi spostai, impugnando forte le maniglie del borsone, dietro un muretto che separava la strada dal marciapiede, stendendomi a terra.
L’uomo era ora uscito dalla mia visuale, ma quello che più importava era che io fossi uscito dalla sua. Lo sentii camminare, avvicinandosi. Cercai freneticamente con la mano nel borsone, senza guardare. Trovai quasi subito il fucile che avevo utilizzato per abbattere la porta di ferro il giorno prima.
Lo impugnai e mi concentrai, cominciando a contare.
Uno.
Due.
Tre.
Mi buttai a lato del muretto, sparando verso di lui, che era ormai arrivato molto vicino all’armadio. L’accecante palla rossa partì dal fucile con una lentezza di un paio di secondi che non avevo calcolato e che gli consentì di buttarsi a terra appena in tempo per evitarla. Dietro di lui, il muro di un’abitazione si disintegrò con il consueto sibilo sordo, creando un enorme squarcio.
Fu meglio così. L’uomo cadendo aveva perso il fucile ed ora era disarmato. Ripresi rapidamente la mitraglietta che avevo lasciato a terra e con quella lo tenni sotto tiro. Lui mi guardò, con un ciuffo di capelli abbandonato sulla fronte e uno sguardo sperduto. Cercò di muoversi.
--Stai fermo!—gli urlai. Lui si fermò. –Stai fermo.—dissi ancora, ma questa volta parlavo lentamente –Se ti muovi sparo.--.
Tacqui per un attimo, riordinando le idee. Non lo potevo ammazzare a sangue freddo. Non aveva colpa.
Improvvisamente si alzo. –Stai giù!—gli urlai, ma lui non ubbidì e si diresse verso il fucile, lontano quattro o cinque metri. –Ti ho detto di stare giù!—urlai ancora, ma sembrava non mi sentisse, meccanicamente si stava chinando per raccogliere l’arma con cui aveva cercato di ammazzarmi.
--Ti prego—gli dissi e questa volta non stavo urlando, lo stavo supplicando –fermati…--
Mi puntò addosso il fucile. Vidi nei suoi occhi una rabbia cieca che non mi lasciò scelta.
Sparai una scarica di proiettili che lo colpirono in pieno, facendolo sobbalzare e successivamente afflosciare a terra. Rimase li, agonizzante e sanguinante. Un rivolo di sangue gli usciva dalla bocca.
Mi avvicinai, porgendogli la mano, che mi strinse. Respirava faticosamente e continuava a perdere sangue dalla bocca. Dietro la sua schiena, dove l’avevo colpito, c’era ormai un lago di sangue.
--Mi fa… male…—disse, e smise di stringermi la mano. Non respirava più.
Mi alzai e cercai inutilmente un fazzoletto nelle mie tasche. Stavo piangendo, non mi accadeva da anni.
Le lacrime di disperazione che mi bagnavano il viso erano anche lacrime di rabbia. Chi aveva voluto tutto questo, chi mi aveva trasformato in un assassino, avrebbe pagato.
Sputai sangue dalle gengive sanguinanti e guardai il tombino aperto dall’esplosivo. Almeno ora sapevo quale era la bomba di potenza concentrata.
La potenza distruttiva era comunque stata superiore alle mie aspettative. Gran parte della scala era andata distrutta ed ora avrei dovuto fare un bel salto.
La ferita che mi ero procurato su un gomito cadendo poco prima continuava intanto a sanguinare. Mi rovistai nelle tasche della giacca e vi estrassi le garze, con cui la fasciai, conservando poi il rotolo di garza rimasta.
Misi il mitra e la pistola che avevo usato nella borsa e la chiusi, quindi la buttai nel buco. A giudicare dal tonfo, capii che doveva essere ancora più alto di quello che sembrava.
Mi chiusi le tasche piene e mi apprestai a saltare: questa volta non vi era neppure il tempo per contare.
Chiusi gli occhi e mi lasciai cadere.
FINE CAPITOLO 9
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