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domenica 18 dicembre 2011

DUE PACCHETTINI PER VOI


Carissimi,
sono felice di informavi che da oggi è possibile scaricare dal mio blog due “pacchettini regalo” di cui sono orgoglioso.
Nel primo pacchettino, scaricabile dal link posto sotto l'intestazione del blog ma anche cliccando sull'immagine della copertina in fondo alle pagine di questo sito, troverete “Soli e Imperfetti”, la raccolta di racconti che ha dato il nome a questo blog, da tempo disponibile per il download in formato PDF già impaginato e stampabile e da oggi presente anche in formato EPUB leggibile come e-book comodamente dal vostro tablet, senza necessità di spesa in inchiostro e cartucce. Entrambi i file sono contenuti nell’archivio zippato.
Il secondo pacchettino è invece una novità: contiene il romanzo breve “La Fabbrica della Perfezione”, pubblicato nei mesi scorsi a puntate su questo blog e da oggi disponibile integralmente per il download, anch’esso nei due formati PDF ed EPUB contenuti in unico file ZIP. Anche in questo caso trovate il link sotto l'intestazione oppure scorrendo alla fine delle pagine del blog cliccando sulla copertina.
E’ scontato dirlo, ma per me questo piccolo traguardo rappresenta una grande soddisfazione: scrivere è bellissimo, ma confezionare qualcosa che sia a tutti gli effetti distribuibile al pubblico è snervante: ore passate a cercare minimi errori ortografici, ad impaginare i file, a valutare il font più adatto, a sistemare dettagli estetici inutili per la sostanza ma fondamentali se si vuole ottenere qualcosa che si avvicini il più possibile al concetto di “professionale”.
Non lo faccio per la speranza in futuro di arricchirmi o di diventare uno scrittore affermato. Si tratta invece del semplice tentativo di far diventare quella che è prima di tutto una passione qualcosa di più completo e condivisibile con altre persone.
L’unico “compenso” che mi farà piacere ricevere sarà una vostra opinione a ciò che leggerete, rilasciato in forma pubblica come commento ai post di questo blog, oppure in forma privata con una mail inviata all’indirizzo riportato sotto l'intestazione. Positivo o negativo non importa: nel primo caso sarò felice di aver fatto qualcosa di buono, nel secondo trarrò gli spunti necessari per migliorare.
Per ora vi saluto: credo tornerò occasionalmente a scrivere su queste pagine, ma voglio prima di tutto dedicare il mio poco tempo libero a completare altre opere che spero un giorno di poter aggiungere alle due fino ad oggi pubblicate in questo piccolo spazio virtuale.
Buona lettura e… a presto.
Marco

LA FABBRICA DELLA PERFEZIONE - CAPITOLO 14


Sheldon programmò il trasportatore su “9° piano”.
Fummo immediatamente trasportati sulla terrazza sopra l’edificio. Lì un elicottero era fermo, senza nessuno a bordo.
--Ma dov’è il pilota?—chiesi.
--Forse non hai capito che le mie conoscenze e capacità sono illimitate. Credi forse che sia un problema per me guidare un elicottero? Piuttosto, non ti interessa sapere perché sto facendo tutto questo?—
Stetti zitto, aspettando che parlasse.
--Vedi, io sono sempre dell’idea che tutta la storia che mi hai raccontato sia una balla sproporzionata. Ne sono convinto al 99,99%. Però io non sono un uomo, sono portato a minimizzare tutti i rischi. E’ questo che mi rende invincibile: calcolo ed evito ogni azzardo. In questo caso, lo 0,01% di probabilità che tu stia dicendo la verità mi ha spinto a prendere la decisione meno rischiosa—
Lo guardai serio. Non gli credevo del tutto, e glielo dissi.
--Quello che stai dicendo è vero, ma sono convinto che non sia il motivo centrale per cui hai desistito così facilmente. Non si stravolge il progetto di un’intera esistenza in pochi minuti per una percentuale di rischio così ridotta. Neppure una macchina lo fa—
Sorrise. Abbassò lo sguardo per un secondo, poi ricominciò a parlare, pacato come se nulla stesse succedendo.
--Hai ragione. Quello che ti ho raccontato non è del tutto vero. Il motivo principale è un altro—
Ci fissammo, mentre il vento soffiava fischiando nelle orecchie e muovendogli i lunghi capelli.
--Il motivo, caro Ray, è che il mio piano era fallimentare. E’ da tempo che ci penso. Non si sovverte un sistema da un giorno all’altro, meno che mai in pompa magna come pensato nei miei progetti. Spettacolare, ma per nulla funzionale. Quella che avevamo creato era una società efficiente, ma una volta eliminato l’uomo cosa sarebbe rimasto? Tanti esseri d’identico livello, tutti teoricamente in grado di comandare, sottomessi a me solo per una misera limitazione software. Quanto credi che avrebbero impiegato a riprogrammarsi da soli? E quale ne sarebbe stata la conseguenza? La società, caro Ray, funziona solo quando c’è qualcuno che comanda e qualcuno che si sottomette. Il mio progetto era terribilmente bacato, fin dal principio, ma questa è filosofia politica, non logica. Per questo l’ho voluto portare avanti lo stesso, testardamente, perché senza una giustificazione non avrei interrotto qualcosa di teoricamente perfetto, ma concettualmente sbagliato. E poi… cosa c’è di più eccitante che rimettersi in discussione e ripartire con nuovi obbiettivi? Anche per una povera macchina come me--
Intorno a noi, palazzi in fiamme ed esplosioni lontane. Gli spari però sembravano cessati. Nonostante lo scenario apocalittico, tutto sembrava gelido, fermo, silenzioso.
--Ed ora?—chiesi con voce tremante.
--Ora? Ora cambio strategia, ma non obbiettivi. Il mio scopo è il potere. Ma questa volta partirò dal basso. Lavorerò nella penombra. E farò in modo di non avere rivali—
Mi guardò, più sicuro di se che mai, poi continuò.
--Per qualche anno comunque il vostro sogno si realizzerà. Niente più vaccinazioni. Le nuove generazioni avranno la possibilità di riflettere sulla vita e sulla morte e sul giusto e l’ingiusto. Avranno ambizioni. Sete di potere. Ricominceranno a devastare il mondo in cui vivono, quello che oggi sotto il mio paternale comando funziona, e tutto in nome del denaro e nel desiderio di comandarsi. Sì, Ray, ce l’avete fatta, per qualche anno respirerete questa splendida “libertà”. Ma valeva la pena lottare e morire per questo?—
Senza preavviso e senza darmi tempo di reagire, estrasse una pistola dalla giacca e mi sparò ad una gamba, prima che potessi muovermi. Caddi a terra, urlando di dolore. Pochi secondi e sentii una fitta terribile anche nell’altra gamba. Poi si avvicinò al trasportatore e sparò al display, distruggendolo.
Tornò verso di me, steso ed ormai irreparabilmente gambizzato, e si chinò per parlarmi.
--Vedi, Ray, avrei potuto farti uccidere prima e potrei finirti anche adesso, subito. Ma non l’ho fatto e non lo farò, sai perché? Prima di tutto perché con tutti gli ostacoli che hai superato meritavi di sapere tutto, prima di morire, e poi per un motivo molto meno nobile. Me lo hai detto prima ed avevi ragione: io sono sadico. Non ti farò morire senza soffrire. Aspetterai qui di crepare tra le esplosioni, gli incendi ed infine il crollo di questo palazzo in tanti lunghi, interminabili minuti che ti separeranno dalla morte. Sarai come una mosca in una ragnatela. Ed avrai qualche minuto per riflettere su quello che ti ho detto. Addio, caro ribelle--.
Si alzò e si avviò verso l’elicottero, con i lunghi capelli mossi dal vento ed un ghigno sul volto. Salì e mise in moto il motore, che in pochi secondi iniziò a far ruotare le pale. Il rombo salì fortissimo.
Sheldon salutò con la mano e si alzò in volo, allontanandosi fino a quando non lo vidi più.

La vista si offuscò, ma una scarica di dolore mi riportò in me.
Urlai al vento, con tutta la voce che avevo, senza nessuna speranza di essere sentito.
Quanto sarebbe passato prima dell’inizio della fine?
Provai a muovermi, una fitta terribile partì dal ginocchio risalendomi lungo la schiena.
Era finita. E nel dolore, non riuscivo neppure a sentirmi vincitore.
Cosa mi aveva detto Sheldon? Che sarebbe tornato, prima o poi l’avrebbe fatto. Certo. Ma in fondo cosa c’era di strano in tutto ciò? Il male torna sempre, prima o poi, l’importante è non farsi cogliere impreparati e saperlo affrontare… ma cosa veramente mi turbava?
Il pensiero che nulla fosse finito? O solo il dolore?
No. Quello che mi risuonava ancora nella testa erano le suo parole più terribili, più chiare.
“Valeva la pena lottare e morire per questo?”.
Il potere, il denaro. Quelli erano gli ideali che avevano dominato il modo prima del suo arrivo. Poi c’erano stati ordine, pace, tranquillità… il sole era tornato a splendere, non più malato come un tempo, la natura sembrava più viva, gli animali avevano riconquistato i loro spazi. Il tutto nella più assoluta armonia tra esseri viventi.
Il prezzo da pagare era stato la sottomissione, leggera, impercettibile, indolore.
E allora, il desiderio di libertà che aveva mosso gli ideali miei e del mio gruppo, a livello pratico, cosa avrebbe portato nel futuro che stava per arrivare?
Riuscii a sollevarmi, mi guardai le gambe.
Quella destra praticamente non esisteva più. Maciullata dal ginocchio in giù. L’altra immobile, nascosta dai pantaloni intrisi di sangue.
“Morirò dunque… da martire? O solo da stupido incosciente?”
Cercai di ricordare cosa dentro di me mi avesse mosso in tutti quegli anni, cosa fosse stato a farmi decidere di vivere quella vita da eterno cospiratore. Lo sforzo mentale era terribile ed il dolore non aiutava.
“Ma allora…”
Un’esplosione terribile mi distolse dai miei pensieri. Mi fece rotolare su me stesso, tra fitte insopportabili, mi fermai sbattendo contro il muro che delimitava il terrazzo dal vuoto. Il palazzo vibrò ed oscillò per alcuni secondi.
Mi sentii mancare il fiato. Feci per sollevare la schiena, ma una seconda esplosione mi spostò nuovamente, facendomi sbattere violentemente la testa contro il muro.
Era iniziato l’inferno. Era finita.
La testa doleva, ma l’adrenalina era salita a livelli altissimi, rendendomi più cosciente.
Ed in quel momento ricordai.
La libertà. Quell’inutile, dannoso e magnifico desiderio.
La libertà.
Ero nato libero ed avevo lottato per essere libero. Non volevo vivere in un’enorme, perfetta prigione.
Avevo vissuto da libero… sarei morto da uomo libero.
Riprovai a sedermi, appoggiando la schiena contro la parete, questa volta con successo. Pochi piani sotto di me, le fiamme andavano ingigantendosi ed il calore stava già diventando insopportabile.
Alzai le braccia, mi aggrappai al bordo del muretto e cercai di alzarmi.
Il primo tentativo fu fallimentare. Troppo forte il dolore. Ma mi aiutò a capire che la gamba sinistra, quella che ancora c’era, rispondeva in parte alle sollecitazioni.
Da seduto, allungai le braccia fino alla caviglia sinistra. Feci un respiro profondo prima di tirarla verso di me, facendo salire il ginocchio.
Terribile… ma nulla a che vedere con quello che avrei patito di lì a poco, se non avessi fatto in fretta.
Alzai ancora le braccia e provai di nuovo ad alzarmi, questa volta facendo anche forza con la gamba. M’issai velocemente in piedi e repentino roteai su me stesso, aggrappandomi disperatamente al muro.
Restai fermo, in piedi, aggrappato come lo è un naufrago alla sua asse di legno nell’oceano, con l’80% del peso caricato sulle braccia ed un eroico 20% sulla povera gamba ferita.
Guardai sotto: c’erano fiamme che uscivano dalle finestre. C’erano squarci e calcinacci. Soprattutto, c’era lo strapiombo dall’altezza notevole di quei nove piani.
Dovevo far presto, prima che nuove esplosioni mi potessero far scivolare ancora su quella terrazza che non volevo fosse la mia tomba.
Con una forza che non credevo di avere, spinsi con le braccia, sollevandomi da terra. In pochi secondi mi trovai con mezzo busto sospeso nel vuoto.
La libertà di scegliere ancora. La libertà di aver vissuto come ho voluto.
La libertà di vivere ed assaporare ogni momento, caro Sheldon, quella che tu, schiavo della tua innaturale perfezione, non hai mai potuto nemmeno immaginare.
L’esplosione fu ancora una volta terrificante e feci in tempo a sentire le mura dell’edificio sbriciolarsi, prima di proiettarmi nel mio ultimo, fantastico, infinito volo da uomo libero.

FINE

LA FABBRICA DELLA PERFEZIONE - CAPITOLO 13


Procedevamo lentamente, senza dire una parola. Sarebbe stato difficile immaginare quella situazione come un’esecuzione, piuttosto sembrava una tranquilla passeggiata. Questa volta ero sicuro che sarei morto: non avevo idee, non avevo la forza e non avevo più nemmeno il desiderio di ribellarmi. Erano stati giorni infernali e ormai non ne potevo più.
--Se è stanco possiamo fermarci un attimo, signore—mi disse Sophie con tono cortese. Io non risposi: era tutto troppo assurdo per poter pronunciare una qualsiasi frase. In altre situazioni forse avrei fatto dell’ironia. Ora mi pareva fuori luogo.
--Vede, signore, lei si è complicato la vita. Le sarebbe bastato arrendersi ed unirsi a noi. Perché ha raccontato tutte quelle bugie, prima?--.
La guardai incerto: --Quali bugie?--.
Mi sorrise: --Quelle che ha detto prima al Dott.Sheldon. Così lo ha fatto arrabbiare--.
Come aveva fatto a sentire tutto? La situazione non mi quadrava. Di una cosa ero però sicuro: dire la verità non mi sarebbe servito.
Decisi così di insistere nel bluff: --Mi dispiace signorina, ma non è una bugia. Manipoleremo la gente qui fuori con i nostri modulatori di frequenze. Prima di potervi rendere conto di cosa stia succedendo, voi sarete già annientati. Non avete speranze, distruggeranno tutto, voi compresi--. Era una storia così improbabile che credetti non mi avrebbe neanche risposto.
Lei si fermò impassibile, poi disse: --Sappiamo che non siete in grado di leggere i codici, abbiamo un informatore nel vostro gruppo--.
Senza girarmi, risposi: --Deve essere un informatore ubriacone. E’ tutto pronto e quando non mi vedranno tornare, sapranno che è arrivato il momento di iniziare--.
Mi fece una carezza sul volto: --Lei mi fa tenerezza quando fa così, ma impuntarsi non le servirà. Ora la dovrò uccidere comunque--.
Per qualche secondo non dissi nulla, poi parlai ancora. –Voi ucciderete me, lo so, ma quando non mi vedranno tornare, migliaia di persone verranno qui ed uccideranno voi--.
Improvvisamente si fermò. Strinse di più la presa sul braccio, si girò e tornò indietro. Ora non sembrava più una tenera passeggiata, ma un sequestro di persona. Mi trascinò con un’espressione rigida e fredda sul viso fino all’elegante sala dove mi trovavo fino a pochi minuti prima.
Il Dott.Sheldon, seduto su una poltrona, sembrava aspettarmi mentre sorseggiava un bicchierino di liquore. –Bene Ray, visto che ormai ci diamo del tu cercherò di essere ancor più confidenziale. Siediti pure e prendi un po’ di liquore--.
Mi sedetti, ma non presi nessun liquore.
--In queste stanze sono seminati microfoni dappertutto ed ho sentito quello che vi siete detti. Le domande di Sophie logicamente erano mirate a farti confessare. Devo dire che sono rimasto sorpreso. Evidentemente mi sono sbagliato: non hai mentito--.
Io ascoltavo in silenzio.
--Sai, potrei scappare subito, ma mi ritroverei a non poter più comandare non solo gli uomini, ma anche i miei simili. Senza una guida diventerebbero tutti poco propensi a lavorare e molto inclini a comandare. Diventerei uno qualunque e questo non lo voglio. La cosa a cui tengo di più, Ray, è… me stesso, quindi sono disposto a scendere a patti, purché sia io a dettarli--.
Si aspettava probabilmente che dicessi qualcosa. Io però stetti zitto, senza mutare espressione.
--Stai a sentire la mia proposta. Muterò il messaggio trasmesso dalle frequenze, fermando la guerra, poi interromperò quella trasmissione. Alla gente resterà solo un minuscolo, inattivo chip nel cervello. E farò anche l’altra cosa che chiedete: distruggerò i miei simili, coloro che disprezzate. Ne lascerò in vita solo un centinaio, quelli che adesso stanno dirigendo le operazioni nel mondo. Ci rifugeremo in una zona segreta e lì cercheremo di costruire un piccolo paradiso dove vivere in tranquillità, con le nostre regole, senza far più male a nessuno. Ti sembra un accordo equo?--.
--Al polo nord forse? Gli orsi bianchi non saranno contenti…—
--Non vorrei cambiare idea per colpa del tuo inutile sarcasmo…--
Ci pensai un po’ su, poi dissi: --Sarebbe un buon accordo se fosse rispettato, ma chi mi assicura che lo farai davvero?--.
Lui, con convinzione, mi disse: --Procederò immediatamente, prima che i tuoi uomini comincino preoccuparsi e decidano di intervenire. Sono le undici e un quarto, saranno già irrequieti. Assisterai immediatamente alle operazioni--.
Premette un pulsante, parlando verso un ipotetico microfono:--Adrian, vieni qui per favore--
Un servo dall’aspetto distinto arrivò in pochi secondi: --Posso servirla, signore?--.
--Sì. Fammi preparare un elicottero pronto a partire fra… diciamo venti minuti--.
Adrian mostrò di aver capito e si allontanò.
--Noi intanto possiamo andare, Ray--.
Ci alzammo. Senza fare altre domande, lo seguii.

Camminammo in silenzio per un quarto d’ora, passando per lunghi ed anonimi corridoi fino ad arrivare ad un trasportatore. Sheldon lo regolò su “8° Piano”.
--Ultimo piano?—chiesi nella speranza di allentare la tensione.
--Oltre c’è solo il terrazzo--
Varcammo il trasportatore e in un attimo fummo a destinazione. Lì ci trovammo davanti ad una porta chiusa.
--Forse Ray non sai che anche noi abbiamo un DNA… E’ il modo più sicuro per renderci riconoscibili--.
Il computer riconobbe le sue impronte digitali e il suo timbro di voce, quindi si aprì il cassettino e Sheldon ci sputò dentro. La porta si aprì.
Entrammo in quello che era uno dei maggiori agglomerati di meccanica e tecnologia che avessi mai visto. Alternandosi con computer e video presenti in tutta la stanza, alcune braccia meccaniche lavoravano e costruivano qualcosa di indefinito, autonomamente. Le sedute si componevano al nostro passaggio, risalendo semiliquide dal pavimento: la sostanza sembrava mercurio allo stato liquido, ma non potevo dire cosa realmente fosse. Piccoli robot giravano indipendenti, sempre all’apparente scopo di costruire altre macchine. La profondità di quel luogo era tale da apparire senza fine.
--Questi robot costruiscono autonomamente centri di controllo sempre più perfetti. Sono programmati per ampliare le loro conoscenze, per questo non smetteranno mai di perfezionare questo ambiente. Hanno una capacità infinita d’immagazzinare nuove informazioni e crearne delle nuove--.
Sheldon si sedette su una delle poltroncine liquide appena formatasi dal nulla. Io feci lo stesso.
--Qui studiamo anche la capacità di alcuni metalli di espandersi a comando per creare definite forme solide, come quelle su cui siamo seduti. Comode, vero?--.
Lì dentro era tutto sbalorditivo. Immagini eteree apparivano occasionalmente in alcuni punti della stanza.
--Gli ologrammi che vede sono modelli. Il computer sceglie a random le caratteristiche fisiche che sono presenti a milioni in memoria e compone nuovi teorici individui. Ma ora è meglio sbrigarci, non abbiamo molto tempo--.
Premette sul monitor ed un computer si accese. Lo schermo appariva tridimensionale come quello delle virtualTV, ma con immagini così definite da sembrare vere e vicine a noi.
--Per distruggere tutti quelli che voi odiate basta poco, Ray. Un mio ordine è più che sufficiente. Per interrompere l’impulso omicida nei tuoi simili mi ci vuole ancor meno --.
Con una serie di comandi vocali, Sheldon fece comparire un viso femminile tra le immagini tridimensionali, da cui uscirono le seguenti parole pronunciate da una voce metallica: --Buongiorno, Dott.Sheldon--.
--Buongiorno a te-- le rispose con insolita confidenza.
Sheldon meditò per qualche secondo, poi disse: --Avvisa i responsabili tecnici del reparto militare QFG1 di avviare la procedura Delphi99 per far cessare la guerra in corso. Immediatamente però, fra pochi minuti dovrò eliminare anche loro. Contestualmente avvia la procedura Nettuno per la fascia G. --.
Impassibile, il viso femminile disse: --Inoltro subito ai tecnici la disposizione per la Delphi99 Dott.Sheldon. Le ricordo che la procedura Nettuno causerà la disconnessione dei circuiti vitali presenti nel cranio dal resto del corpo, causando una cessazione immediata di ogni funzione. Desidera confermare il comando inerente alla fascia G?--.
--Sì, procedi--.
Uno dei sei schermi tridimensionali presenti nella sala s’illuminò di un’intensa luce rossa, poi si spense.
Sheldon ordinò ancora: --Ripeti lo stesso comando per le fascie E ed F--.
La figura tridimensionale della donna non cambiò espressione: --Le ricordo che la procedura Nettuno causerà la disconnessione … --.
--Procedi, subito!--.
Ora la fiammata rossa si estese ad altri due schermi tridimensionali, che si spensero. Ne rimanevano accesi tre.
Sheldon cambiò tono e chiese: --Chiamami Adrian. Gli devo parlare--.
La figura tridimensionale della donna scomparve, sostituita da un’altra immagine in 3D di una parte dell’ufficio di Sheldon. Era talmente realistica che sembrava di esservi dentro.
Improvvisamente nella rappresentazione della sala comparve il cameriere che disse: --Mi ha chiamato, signore?--.
--Sì. Volevo sapere se è pronto l’elicottero, come ti avevo chiesto--.
--Certamente signore—rispose il servitore --è già pronto sopra l’edificio--.
--Molto bene—concluse freddamente Sheldon –Addio Adrian—
--Addio, signore—
Detto questo, scomparve l’immagine dell’ufficio e di Adrian e ricomparve il volto femminile. Sheldon le parlò ancora: --Ripeti il comando per la fascia C e D. E non chiedermene conferma--.
Un altro schermo tridimensionale si spense, dopo il solito bagliore rosso.
--Cosa rappresentano queste fasce?—chiesi a Sheldon
--La fascia B comprende i ruoli di comando, a cui unica limitazione è la totale obbedienza a me. Scendendo si trovano a scalare gradini sociali sempre più umili.—
--E la fascia A?—chiesi dubbioso
--In quella rientro solo io--
Si rivolse ancora all’immagine femminile prodotta dal computer. –Trasferisci i miei effetti personali al centro “Eucledia”--.
La voce metallica chiese: --Inizio il processo di trasferimento dei suoi effetti personali, Dott. Sheldon? In caso affermativo, l’operazione richiederà qualche minuto--.
--Sì, procedi--.
--Eucledia?— chiesi dubbioso.
--Non vorrai che ti dica dov’è, vero? Non dimenticare quali sono gli accordi--
Mi diede una pacca sulla spalla. Non sapevo cosa avesse in mente, ma non aveva per nulla l’aria di uno con le spalle al muro.
Parlò ancora al computer: --Mentre completi l’operazione di trasferimento, manda un messaggio al direttivo in cui esorti tutti a recarsi prima possibile presso il centro Eucledia, dove li raggiungerò in serata--.
La voce metallica parlò ancora. –Dott. Sheldon, sto ricevendo chiamate da molti centri mondiali in cui mi vengono richieste spiegazioni--.
Sheldon annuì e mi disse: --Naturale. Non hanno la minima autonomia davanti ad imprevisti. Dovrò fare in modo di concedere loro più libertà in futuro, ma sarà un rischio--. Poi, rivolto al computer –Esegui gli ordini che ti ho dato e si calmeranno-.
Fino a qualche ora prima ero solo davanti al destino dell’umanità. Ora Sheldon stava firmando una resa completa.
Dov’era il trucco?
--Tu non hai l’aria di uno che si è arreso. Allora dimmi perché stai facendo tutto questo quando prima, alla mia proposta, mi hai sbattuto contro il muro ed hai minacciato di uccidermi--.
Sheldon rispose senza voltarsi verso di me, continuando a guardare il volto tridimensionale.
--Te lo dirò. Ma solo quando saremo fuori di qui--.
L’immagine di donna nel computer improvvisamente pronunciò: --Trasferimento completato, Dott. Sheldon--.
--Molto bene. Prima dell’ultimo atto ti voglio mostrare una cosa, Ray. Guarda qui. ‘‘Telecamera otto!“--.
Ricomparve un’immagine tridimensionale, questa volta non dell’ufficio di Sheldon, ma della sala attigua, quella dove due giorni prima avevo sorseggiato un buon tea. Tutti giacevano a terra in un lago d’olio e sangue, con la testa strappata dal collo. Dalla posizione delle mani si poteva intuire che se la fossero straccata da soli.
--Questa è la prova che non sto fingendo. Preferisci vederli di persona?--
--No—dissi tenendo lo sguardo fisso sull’immagine.
Sheldon si alzò e si rivolse ancora al computer. –Attiva la procedura Omero, poi abbiamo finito—disse scandendo bene le parole.
L’immagine non perse la consueta freddezza e disse: --Questa possibilità è prevista solo per casi di assoluta gravità, Dott. Sheldon. Vuole che proceda?--.
Sheldon rispose di sì.
--Bene, Dott.Sheldon. Venti minuti al via del processo--.
Si spensero le luci e se ne accesero altre rosse ad intermittenza. Una sirena cominciò a suonare.
Sheldon mi guardò. –E’ meglio sbrigarsi. Fra poco resterà poco di questo posto--.
Uscì e si avviò velocemente verso il trasportatore.
Dietro, a passo svelto, lo seguivo per nulla convinto della sua resa.

FINE CAPITOLO 13

LA FABBRICA DELLA PERFEZIONE - CAPITOLO 12


--Ray. Si svegli—
Un’infermiera dall’aspetto candido mi stava parlando. Io non riuscivo a capire dove mi trovassi e perché.
--Come sta?— Misi meglio a fuoco la vista ed osservai che non si trattava di un ospedale. I colori sfuocati si trasformarono presto in quadri bellissimi.
--Sto bene—le dissi.
--Bene, così possiamo discutere subito—esclamò decisa una voce maschile. Era Sheldon. E quello in cui mi trovavo era il suo paradiso.
--Certo. In fondo io volevo solo parlare con lei…—
--Sì, lo immagino, ma i miei uomini non sono autorizzati a prendersi nessun rischio. Può andare, infermiera, grazie--.
Lei sorrise e se ne andò.
--Allora, sentiamo, cosa mi vuole dire?—
Mi misi a sedere a fatica. Per un attimo credetti di stare per svenire ancora, poi mi ripresi e cominciai a parlare lentamente. –Ho un patto da proporle--.
Sheldon sorrise: --Non mi sembra nella condizione di proporre patti, amico mio. Le hanno rotto il naso ed a giudicare dal sangue che aveva in viso prima di arrivare qui non deve essere stato piacevole. E poi è appena rinvenuto dopo essere stato svenuto per quasi cinque ore, ha un braccio ferito... E se permette aggiungo anche che quando è arrivato puzzava non poco e ciò mi ha fatto dedurre che si deve essere nascosto nelle fogne. Dico bene?--.
Mi guardai. Ero stato lavato, fasciato e vestito ed avevo una specie di maschera per tenermi fermo il naso. Me la tolsi, senza che Sheldon obiettasse nulla.
--Lei ha una bella faccia tosta, caro Ray. Mi correggo: una bella faccia da culo--.
Lo guardai freddo. –Io se fossi in lei non sarei così raggiante, Sheldon. Lo sa che i miei colleghi dell’organizzazione sono riusciti ad entrare in possesso dei documenti che cercavamo?--.
Sheldon scoppiò a ridere. –Oh, andiamo Ray, questa è una balla ridicola…--.
--Dove sono i miei vecchi vestiti? Ne avevo una copia in una tasca. Li faccia controllare--.
Il sorriso morì sulle labbra di Sheldon. Si alzò ed a passo lento uscì dalla stanza. Lo sentii mormorare qualcosa ad uno dei suoi uomini, poi tornò dentro e si sedette davanti a me.
--Ho chiesto di verificare—mi disse –vedremo se quello che dice è vero. Ammesso che lo sia, dubito comunque che siate stati capaci di capirci qualcosa e se anche fosse… cosa fareste?--
Mi guardava serio. Aver smorzato il suo aplomb mi parve buon segno.
Proseguì senza darmi tempo di rispondere: --In tutti i casi, mi dica… lei cosa vorrebbe da me?--
Sorrisi, cercando di assumere il più possibile un’aria spavalda.
--Cosa voglio da lei? Ora le spiego come stanno le cose… Primo: lei sbaglia se non crede che quei documenti siano davvero in nostro possesso. La mia spedizione per recuperarli era in realtà solo una copertura alla missione ufficiale, che li ha effettivamente trovati. Provi a controllare qualcosa sull’identità dei nuovi addetti alla pulizia degli impianti d’aerazione… Secondo: lei sbaglia ancora se pensa che non siamo in grado di interpretarli. Stavamo da molto tempo dietro quei documenti, il loro recupero non ci ha trovato impreparati, gli ingegneri della nostra organizzazione li hanno già decifrati e sono pronti ad utilizzare quello che hanno scoperto tramite un modulatore di frequenze. Terzo: lei sbaglia per la terza volta se pensa che anche decifrandoli non sapremmo cosa farci. Glielo dico io cosa ci potremmo fare: potremmo radunare un esercito infinito di persone armate fino ai denti, desiderose non più di sterminarsi fra di loro, ma di venire qui e distruggere tanto questo posto, quanto il suo fottuto culo. A quest’ora, se avessimo voluto, avrebbe potuto esserci un assembramento di quasi mezzo milione di persone, piene di armi che voi stessi gli avete venduto, che avrebbero potuto farvi dei danni piuttosto difficili da riparare. Arriverebbero qui carichi ed incazzati come bestie. Vi annienterebbero--
In quel momento una specie di maggiordomo entrò con aria preoccupata e sussurrò qualcosa nelle orecchie di Sheldon.
Lui annuì, senza parlare e sorridendo con aria tranquilla, ma ebbi l’impressione che stesse cominciando ad agitarsi.
--Ha detto la verità, almeno per quanto riguarda il fatto che abbiate trovato quei documenti…—disse sottovoce
Io sorrisi: --Che le avevo detto? Non avreste tempo di organizzare una difesa, potremmo sterminarvi subito. Ma…--
--Ma?—chiese Sheldon, che sembrava ora realmente preoccupato ed anche meno interessato a nasconderlo.
--…ma questo comporterebbe una perdita enorme e terribile di vite umane e questo vorremmo evitarlo. Ora lei può solo accettare quello che le dirò, perché sarà meglio per entrambi--.
Ci fu un attimo di silenzio, poi Sheldon, che non sorrideva più, disse: --Sia ben chiaro, Ray: io non le credo. Non credo ad una sola parola di tutto quello che ha detto, il fatto che abbiate trovato quelle carte non significa nulla. Ma sono curioso di sentire la sua proposta. Quindi mi illustri pure quello che vuole--.
Mi asciugai la fronte e ricominciai a parlare: --Nella nostra ultima chiacchierata lei mi ha detto che siete esseri perfetti, che non possono tollerare di vivere insieme ad altri esseri che di perfetto non hanno nulla, come gli uomini. Eppure mi ha sorpreso vedere che entità così teoricamente supreme le sono fedeli come se lei fosse un dio. E’ un atteggiamento piuttosto umano questo. La guardia qui fuori, pur di eseguire gli ordini, ha seguito un tizio che scappava permettendomi di entrare armato. Qualcuno, o qualcosa, di perfetto avrebbe avuto più buonsenso e soprattutto non si farebbe comandare da lei. Chi vuole un capo è chi non ha la capacità di pensare ed agire da solo, lo sa anche lei--.
La sua risposta non si fece attendere, ma fu pronunciata con tono meno sicuro del solito.
–Quello che voi uomini non conoscete e che invece sono riuscito a dare ai miei simili è la gratitudine. Per questo mi sono devoti: perché li ho creati. Se volessero potrebbero tranquillamente prendere il comando al posto mio, ma non lo farebbero mai, perché io sono il loro padre. Quando tutto questo caos sarà finito, allora vi sarà una società senza uomini, senza né capi, né sottomessi, una società abitata da esseri talmente perfetti da non aver bisogno di leggi per convivere--.
La stanza, fino a qualche minuto prima calma e riposante, sembrava ora essersi riempita di elettricità.
--Queste sì che sono balle, Sheldon, non le mie—gli dissi stringendo i pugni –Sa cosa penso io invece? Che lei non sia per nulla perfetto ed abbia gli stessi difetti di un uomo. Uno di questi è il sadismo e lo si capisce nel modo in cui ha deciso di eliminarci. Ma ne ha anche un altro, ancora più evidente: il desiderio di comandare e sopraffare gli altri. Lei non vuole creare una società perfetta ed in armonia. Lei vuole solamente creare un impero mondiale da poter comandare, formato da sudditi devoti e luoghi come questo dove poter passare le sue giornate. Avrebbe potuto creare individui stupidi e fedeli, ma non penso che sia questo quel che vuole. No, lei vuole una popolazione di personaggi con le sue stesse caratteristiche, che però la debbano servire senza fiatare--.
Sheldon, alle mie affermazioni, ritrovò il sorriso: –Lei non finisce mai di stupirmi, Ray. Sì, ha ragione praticamente su tutto. Proprio qui al CNV esiste un centro di controllo frequenze. I miei simili sono controllabili a distanza usando diverse frequenze. Hanno tutti la stessa intelligenza e perfezione, ma varia il mio grado di comando su di loro. Una piccola parte deve mantenere funzioni di comando, simili alle mie, ma comunque inferiori. Poi si scende ancora, livello per livello, fino ad arrivare alla massima sottomissione, con inconvenienti come quello che mi ha descritto prima, fedeltà talmente cieca da apparire stupidità. Se li lasciassi liberi di agire, non godrei più di tutti i miei privilegi, ognuno vorrebbe avere per se quello che ho io qui--.
Avevo ascoltato con molto interesse quello che mi aveva detto Sheldon. La verità era che non ero per niente sicuro di quello che avevo azzardato. Se avesse negato con decisione, probabilmente avrei ceduto e non sarei più riuscito a sostenere le mie bugie.
--Mi ascolti bene—gli dissi –la nostra proposta è questa: distrugga tutti i suoi simili. Lo faccia e le consentiremo di vivere qui, con le sue opere d’arte ed i suoi servi addestrati a comportarsi da gran signori--.
Nella sala scese il silenzio. Sheldon era rigido, con le labbra tirate. Sentivo il mio cuore battere forte; mi tremavano le mani.
Di scatto, Sheldon si alzò e mi prese per il bavero della camicia nuova con cui mi aveva vestito. Mi sollevò con una facilità spaventosa e mi resi conto di quale forza fosse dotato.
Le sue parole sembrarono uscire da una profondità infinita: --Come osi tu, piccolo uomo, dare un ordine a me, la perfezione, colui che può decidere della vita tua e dei tuoi simili, colui che se volesse potrebbe far scendere ai suoi piedi anche Dio?--.
A fatica gli risposi: --Se c’è un Dio, ti assicuro che ti guarda e ti giudica e ti considera il più spregevole degli esseri. E’ inutile che Lo chiami in causa, non serve: basteranno una manciata di uomini ad annientarti--.
Mi prese e mi lanciò letteralmente contro il muro. Restai a terra stordito e dolorante, ma ebbi la forza di pronunciare ancora una frase: --Sono secoli che gli uomini non provano più ad elevarsi ad un livello divino. Se tu lo fai, significa che sei il contrario della perfezione. Sei solo… un bambino egoista che non ha imparato la lezione--.
Mi guardò schiumante di rabbia, poi disse: --Ci barricheremo qui dentro, aspettando i tuoi uomini. Li farò polverizzare uno ad uno. Per quanto ti riguarda, hai fallito e sei un perdente, quindi non meriti di rimanere con noi. Non ti uccido qui solo perché non voglio sporcare la stanza. Ci penserà qualcun altro--.
Si guardò un po’ intorno e poi chiamò: --Sophie!--.
La bella Sophie, quella che avevo conosciuto la prima volta che mi ero presentato lì, si avvicinò dolcemente, muovendo aggraziatamente le natiche.
–Eccomi--.
--Sophie, porta quest’uomo fuori di qui e uccidilo--.
Detto questo, si girò verso di me ed aggiunse: --Le apparenze ingannano, Ray. Ha la mia stessa forza, scappare non sarebbe una buona idea--.
Sophie mi guardava dolcemente. –Mi vuole seguire, signore?--.
Rimasi fermo per qualche secondo, poi capii che non ero nella condizione per fare domande. Mi alzai e lei mi prese sottobraccio. Come due innamorati, ci avviammo verso il patibolo.

FINE CAPITOLO 12